[350]. Esse promettono d'arrivare fino al 1450, ma in realtà si fermano al 1440. Più tardi, in un altro lavoro, che l'editore chiama la Seconda Storia, il Cavalcanti narrò gli avvenimenti seguiti dal 1440 al 1447. Egli era un uomo credulo e fantastico, esaltato dalla filosofia platonica, di poco ingegno, e cattivo scrittore. Grande ammiratore di Cosimo dei Medici, che pur qualche volta biasima, il Cavalcanti scrisse le sue Istorie fiorentine in prigione, dove fu chiuso per non aver pagato le imposte. La sua opera venne pubblicata da Filippo Polidori in due volumi, con appendice di documenti: Firenze, Tipografia all'insegna di Dante, 1838 e 1839.
Il Gervinus nei suoi Historische Schriften, dopo aver paragonato le storie manoscritte del Cavalcanti, con quelle a stampa del Machiavelli, rimproverò gl'Italiani di non aver ancora pubblicato le prime, quando pur perdevano il loro tempo a studiare e pubblicare manoscritti letterarî, da cui potevano cavar solo frasi e parole per la Crusca. Il rimprovero non era del tutto immeritato, ma l'illustre storico tedesco avrebbe dovuto anche osservare più cose, di cui tacque. Egli, che era stato in Firenze e che pubblicava il suo lavoro nel 1833 in Germania, doveva ricordarsi che già molto prima di lui il canonico Domenico Moreni, in una Lettera bibliografica al canonico Carlo Ciocchi (Firenze, Ciardetti, 1803, a pag. 12 e 13), aveva raccomandato la pubblicazione delle Istorie del Cavalcanti, delle quali parlò poi nella sua Bibliografia storico-ragionata della Toscana, pubblicandone nel 1821 la parte più importante, in un volume in-8º, intitolato: Della carcere, dell'ingiusto esilio e del trionfale ritorno di Cosimo Padre della Patria, tratto dall'Istoria fiorentina manoscritta di Giovanni Cavalcanti: Firenze, Magheri, 1821. E nella prefazione a questo volume (pag. XXVII-XXVIII), lo stesso Moreni sin d'allora notava quello che il Gervinus credeva essere stato il primo a scoprire: «Questa istoria, sebbene in fatto di lingua, come abbiam veduto, la sia difettosa, servì, e ciò non è stato da chicchessia avvertito, di norma e di scorta al Machiavelli per la sua storia, siccome può ciascuno facilmente osservare da sè medesimo, purchè il voglia, senza che noi ne arrechiamo di sì fatta nostra osservazione riscontro o esempio alcuno.»
La Seconda Storia è la meno importante e la peggio scritta. Il Polidori ne pubblicò la parte principale in forma di libro aggiunto. In appendice dette ancora alcuni brani di un'altra opera del Cavalcanti, la quale tratta di politica o piuttosto di morale, e non ha valore. Questa Seconda Storia fu scritta fuori di carcere, come l'autore ricorda sin da principio. E dopo tutto quello che abbiam detto, dobbiamo ora aggiungere, che i rimproveri del Gervinus non furono inutili, perchè spinsero anch'essi il Polidori a pubblicare in Firenze una buona e compiuta edizione delle Istorie del Cavalcanti.
[351]. Opere, vol. I, pag. 203-6.
[352]. Vedi Opere, vol. I, pag. 206 e 209, e Cavalcanti, Storie, vol. I, pag. 6.
[353]. Cavalcanti, Istorie Fiorentine, vol. I, pag. 59-64.
[354]. Ammirato, Storie, lib. XVIII in fine.
[355]. Opere, vol. I, pag. 211.
[356]. Ibidem, pag. 211-212.
[357]. Ecco infatti il discorso del Cavalcanti: «Ora saziatevi, lupi famelici, i quali sareste crepati se questa città si fosse un poco riposata. Voi sempre andate cercando nuove guerre, innecessarie cagioni e abominevoli ingiurie: voi incominciaste insino alla guerra del Re, non avendo riguardo nè alle sue ragioni, nè ai benefizî de' suoi passati. Ora saziatevi di noi, pascetevi di queste misere carni; altro non ci avete lasciato da vivere con le nostre famiglie. «Voi cercate sempre guerra, e poi come voi le governate, voi stessi vel vedete.... A chi ricorrete? Quale aiuto vi scamperà dalle forze de' vostri nimici? Con quale arme difenderete la vostra ingrata superbia? I regi di Puglia non ci sono, se non questa madonna Giovannella, la quale avete piuttosto fatta sottomettere a sì barbara gente, che porre silenzio a un sì vile saccomanno.... Chi fia ora il vostro soccorso? Papa Martino, che tanto sfacciatamente sofferivate che i vostri figliuoli così piccolo pregio lo stimassino? Non sapete voi che le loro canzoni dicevano: Papa Martino non vale un quattrino, e Braccio valente che vince ogni gente? Voi non credevate mai di persona aver bisogno. Del lione si legge che una volta gli abbisognò il topo. Ove correrete per il vostro scampo? Ora pigliate le guerre, e fate i Dieci, e dite che fanno terrore al nemico; or fate queste vostre pensate, pazze e non considerate con nulla ragione, ecc.». Cavalcanti, vol. I, lib. II, cap. 21, pag. 65-67.