[358]. Opere, vol. I, pag. 215. Per dare un altro esempio dello scrivere del Cavalcanti, citiamo il primo periodo del suo discorso: «Molto mi rallegro e grandissimo conforto m'è, signori militi e spettabili cittadini, vedervi in questo tempio, in così magnifica rotondità di circolo in verso di me riguardanti ed attenti, per aumentare il bene e l'onore della nostra Repubblica.» Cavalcanti, Storie fiorentine, vol. I, lib. III, pag. 74. Il discorso continua sino alla pag. 90 sempre allo stesso modo.
[359]. Opere, vol. I, pag. 215-17; Cavalcanti, vol. I, lib. III, cap. 3 e 5.
[360]. Opere, pag. 224; Cavalcanti, lib. IV, cap. 8 e 9; lib. V, cap. 1.
[361]. Opere, vol. I, pag. 225; Cavalcanti, vol. I, lib. V, cap. 3, 4 e 5.
Ecco come il Cavalcanti (cap. 3) incomincia a parlar della morte di Giovanni de' Medici: «Due topi, uno nero e uno bianco, avendo rose le barbe di quel pomo che alimentato aveva l'ottimo cittadino Giovanni de' Medici, cominciò forte a piegare le sue cime verso la dura terra. Per questa cotale infermità conobbe Giovanni che la vita sua voleva gli umori umidi e frigidi all'acqua riducere, e il suo fiato all'aria tramischiare, le carni alla terra rendere, e così il caldo, con le cose secche, al fuoco restituire.» Il Polidori crede che i due topi, bianco e nero, significhino il giorno e la notte, cioè il tempo omai trascorso, o forse anche il piacere ed il dolore.
[362]. Opere, vol. I, pag. 235. Nel Cavalcanti il discorso, invece, è fatto non dai Seravezzesi, ma dalla plebe fiorentina, e comincia: «Noi sapevamo che lupo non partorì agnello; e però di costui non dovevamo noi pensare che, essendo di sì vituperosa gente disceso, ch'e' fosse di disguagliante natura dai suoi genitori, e sanguinario, ecc.» Cavalcanti, lib. VI, cap. 11.
[363]. Opere, vol. I, pag. 236-7; Cavalcanti, lib. VI, cap. 13 e 14. Secondo il Machiavelli i due commissarî andarono contemporaneamente al campo, e pare che così fosse. Secondo il Cavalcanti invece l'Albizzi fu mandato a sostituire il Gianni. Tutto quello che il Cavalcanti dice poi contro quest'ultimo, e che il Machiavelli copia, si può affermare che è per lo meno assai esagerato. Vedi Gino Capponi, Storia della Repubblica di Firenze, vol. I, pag. 496 e segg., e le Commissioni di Rinaldo degli Albizzi, pubblicate dalla Deputazione di Storia Patria, in tre volumi: Firenze, 1867, 1869, 1873.
[364]. Il Machiavelli, parlando di questa visita del Barbadori all'Uzzano, dice che «lo andò a trovare a casa, dove tutto pensoso in un suo studio dimorava.» Opere, vol. I, pag. 244. Il Cavalcanti dice che «Niccolò era da umana compagnia tutto solo nel suo scrittoio, e gravissime confusioni se li ravviluppavano per la mente.... Della mano aveva fatto piumaccio dal mento alla guancia, ecc.» Vol. I, lib. VII, cap. 6, pag. 380.
[365]. Opere, vol. I, pag. 244-48. Ecco come il discorso comincia nel Cavalcanti: «Niccolò, Niccolò Barbadori, volesse Dio che ragionevolmente tu fossi chiamato Barba argenti! perocchè significherebbe uomo antico e veterano, nei quali si trova vero giudicio e ottima prudenza.» Vol. I, lib. VII, cap. 8, pag. 382.
[366]. Anche qui il Machiavelli imita il Cavalcanti, il quale scrive: «noi non siamo nè d'animo nè di volere l'uno quello che l'altro» (lib. VII, cap. 8, pag. 383); e poi accenna anch'egli alle molte discordie fiorentine, nelle quali i nobili ebbero sempre la peggio.