[377]. Il Machiavelli dice che lo Sforza ed il Fortebracci andarono a guerreggiare nello Stato della Chiesa, per proprio conto, non sapendo vivere senza far guerra; ma la verità è che furono in segreto mandati da Filippo Maria Visconti. Parla (Opere, vol. II, pag. 5), fra le altre cose, d'un accordo seguito tra lo Sforza ed il Fortebracci, per opera del Visconti, che non fu mai paciere, ma suscitatore di guerre fra di loro. Dice che lo Sforza, per mostrar disprezzo al Papa, scriveva le sue lettere con la data: Ex Girifalco nostro firmiano, invitis Petro et Paulo (Opere, vol. II, pag. 5); ma queste parole non si trovano, che io sappia, in nessun documento, nè sono ricordate da altri storici. Il Rubieri osserva giustamente che, se anche fossero state adoperate dallo Sforza, ciò poteva avvenire solo più tardi di quel che suppone il Machiavelli, perchè negli anni 1433-35 lo Sforza non aveva nessuna ragione d'essere scontento del Papa. E. Rubieri, Francesco I Sforza, Narrazione storica: Firenze, Success. Le Monnier, 1879, volumi due. Vol. I, pag. 225, nota 2, e pag. 342, nota 2.

[378]. Opere, vol. II, pag. 8; Cavalcanti, lib. X, cap. 21-25.

[379]. Opere, vol. II, pag. 9; Cavalcanti, lib. X, cap. 20.

[380]. Ricordiamo qui le opere di cui il Machiavelli si vale per tali guerre. Iohannis Simonetae, Historia de rebus gestis Francisci Primi Sfortiae vicecomitis Mediolanensium ducis, pubblicato in Muratori, Rerum italicarum Scriptores, vol. XXI; la storia di Flavio Biondo, che, per le guerre fatte nello Stato della Chiesa in questi anni, è la fonte più autorevole (Deca III, cap. 5 e 6); i Commentarî di Neri di Gino Capponi (1419-1456), in Muratori, Rerum italicarum Scriptores, vol. XVIII; la Cacciata del Conte di Poppi dello stesso Capponi, nel medesimo volume del Muratori.

[381]. Ecco come incominciò, secondo il Cavalcanti, il discorso del Duca: «O serenissimi re, o mansuetissimi signori, o illustrissimi cavalieri, voi non siete presi, anzi siete stati pigliatori del nostro amore, ecc.» Vol. II, lib. IX, cap. 5, pag. 11.

[382]. Opere, vol. II, pag. 11.

[383]. Ibidem, pag. 11 e seg.; Flavio Biondo, Deca III, lib. VII, pag. 503 e seg.

[384]. Si paragonino le parole con cui il Machiavelli (Opere, vol. II, pag. 37-40) narra le accoglienze fatte al Capponi nel Senato veneto, con la narrazione che dello stesso fatto ci dà il Capponi nei suoi Commentarî (Muratori, Rer. ital., vol. XVIII, col. 188-89). Anche dalla descrizione delle varie strade che poteva prendere lo Sforza, si vede che il Machiavelli segue il Capponi. Poco più oltre il Capponi (col. 190, D) parla della rotta data dallo Sforza al Piccinini presso Brescia, e narra che questi fuggì attraverso il campo, facendosi portare da uno Schiavone. Ed il Machiavelli (vol. II, pag. 44), per rendere il racconto più fantastico, dice che il Piccinini aveva un servitore tedesco assai robusto, cui persuase di metterlo in un sacco, e, come se portasse arnesi di guerra, menarlo attraverso il campo nemico, che era senza guardia, e così salvarlo. Il Tedesco, «levatoselo in spalla, vestito come saccomanno, passò per tutto il campo senza alcuno impedimento, tanto che salvo alle sue genti lo condusse.»

[385]. Deca IV, lib. I, pag. 563 e seg.

[386]. Opere, vol. II, pag. 65-66.