[443]. A questo proposito si può utilmente consultare un lavoro pubblicato dal signor Ch. Paillard nella Revue Historique, IIIe année, tome VIII (sept.-déc. 1878), pag. 297-367: Documents relatifs aux projets d'évasion de François Ier, prisonnier à Madrid, ainsi qu'à la situation intérieure de la France en 1525, en 1542 et en 1544. L'autore osserva a pag. 316, che quantunque grandissimi fossero i torti fatti da Francesco I e dalla Reggente al conestabile di Borbone, essi non giustificavano un tradimento che minacciò non solo l'autorità regia, ma anche il paese. «Toutefois on se tromperait singulièrement, si l'on pensait que Bourbon ait été jugé par les contemporains comme il l'a été par la postérité, si l'on supposait que lui-même ait senti sur sa tête ce poids inéluctable de honte, de mépris, de réprobation et de haine, dont aujourd'hui tout traître a pleinement conscience.... À cette époque, l'idée de patrie, aujourd'hui si puissante et pour ainsi dire souvraine, existait à peine, ou du moins était fort obscurcie par l'idée féodale encore dominante.... Sismondi a sur ce point un mot tout-à-fait topique: Les lettres des plus grands seigneurs de cette époque, où il est question du connêtable, ne laissent pas, dit-il, entrevoir de blâme.» In Italia dove le tradizioni feudali avevano assai minor forza, e specialmente a Firenze, dove l'idea della patria s'era colla repubblica svolta assai più, gli storici giudicavano il Borbone con maggiore severità; pure anch'essi parlano generalmente del tradimento fatto al suo signore, non alla Francia. Il Vettori, narrata la morte del Borbone sotto le mura di Roma, aggiunge: «Uomo a cui, per il tradimento aveva fatto al suo signore, non conveniva sì onorevole morte.» Sommario della Storia d'Italia, pag. 379. Il Guicciardini (vol. VIII, lib. XVI, pag. 72) dice che, nella Spagna, sebbene il Borbone fosse da Carlo V ricevuto con grande onore e come cognato, pure i nobili della Corte «l'abborrivano come persona infame, nominandolo traditore del proprio re.»

[444]. Il 5 ottobre G. Battista Sanga scriveva all'ambasciatore francese in Venezia: «Parturient montes, nascetur ridiculus mus. Che ben mi pare poter cominciare così, già che quella resolutione, che tanti dì fa Franzesi hanno annunziato, come l'advento del Messia, di voler mandare in Italia, si è alla fine trovata esser manco assai di quello che mandarono ad offrire per mezzo di Lorenzo Toscano. Et crederò che non tengano tutti Italiani per bestie, che, sotto semplice speranza della fede loro, habbiano a darseli in mano ligati, perchè facciano migliori le condizioni loro con Cesare, al qual segno con molta ragione si può sospettare che vadano, essendo così pubblica alla Corte questa offerta, come se non fusse proprio ad altro effetto, che ad impaurir Cesare.» Lettere ai Principi, vol. II, pag. 94t.

[445]. Vedi le lettere del Pescara a Carlo V nel vol. III della citata Miscellanea di storia italiana.

[446]. Il datario Gilberti, in una lettera del 19 settembre 1525, scriveva al Sauli: essere il Papa stato avvisato da più parti, che il Morone ed il Pescara tradivano, ed accennarsi da molti alle pratiche fatte dagli alleati, esponendone i più minuti particolari, dal che si vedeva che tutto ormai era noto. Ciò dava naturalmente grandissimo sospetto. Nondimeno il Gilberti fidava o almeno mostrava di fidar sempre nel Pescara e più ancora nel Morone, non volendo credere che essi conoscessero così poco l'immenso vantaggio che poteva venir loro dalla buona riuscita della congiura. Lettere ai Principi, vol. II, a c. 91 e 92.

[447]. Lo dice egli stesso nel suo Esame, pag. 175-77, e chiarissimamente lo dice anche il Pescara nelle sue lettere a Carlo V. Vedi la lettera 8 settembre 1525, citata più sotto.

[448]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 67.

[449]. Miscellanea citata, vol. III, pag. 407, lettera del 5 settembre 1525; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 295.

[450]. Nella lettera del dì 8 settembre 1525, il Pescara scriveva all'Imperatore: «Tengo por fe, que si el Duque muere, que Geronimo Moron harà ultimo de potencia en servicio de V. M., pero en esto trova ruyn todo lo posible: es verdad que muestra enteramente fiar de mj, y siempre lo traygo a lo que quiero.» Miscellanea, ecc., vol. III, pag. 422-23.

[451]. Guicciardini, Storia d'Italia, vol. VIII, lib. XVI, pag. 66-67; De Leva, Storia di Carlo V, vol. II, pag. 295-96.

[452]. Il Guicciardini (op. cit., pag. 67) e moltissimi altri storici affermarono che, durante il colloquio tra il Pescara ed il Morone, Antonio de Leyva stava ad ascoltare dietro un arazzo, dove il Marchese lo aveva fatto nascondere. Il De Leva (Storia, vol. II, pag. 297). secondo noi a ragione, non presta fede a questo racconto, perchè non ne trova fatta menzione nè nel Rapporto di Rosso dall'Olmo, 17 ottobre 1525, in Marin Sanuto; nè nella Cronica del Grumello. Non c'erano in fatti allora più segreti da scoprire, tutto era noto così al de Leyva come al Pescara.