Fu già Civate una grossa terra, che v’ha chi pretende perfino essere stata una piccola città, argomentando da alcune vicinanze, come Borneu, che vorrebbe dire Borgo nuovo, Castello o Castelnovo e la Selva di Diana. Certo in tempi meno rimoti fu signoria degli Abbati Commendatori del monastero benedettino de’ SS. Pietro e Calocero, il quale sorge a mezzo del monte che sovraggiudica il paese stesso, e la storia e la tradizione hanno lasciato e all’eremo ed alla chiesa tutto ancora quell’interesse che pur l’avevano allorquando l’abbazia era nel pieno suo fiore.
Per chi amasse conoscere per filo e per segno della origine del cenobio e della chiesa, degli scrittori che ne han parlato, fra’ quali Tristano Calco ed il Fiamma, Bernardino Corio e Ripamonti, per non dire dei tanti altri, farà bene a consultare le Memorie storiche che pubblicava l’abate Longoni[29].
Tutti i cronisti, scrive codesto autore, citando il Corio, concordano quindi nell’affermare che Desiderio, l’ultimo re longobardo, innalzasse la chiesa di S. Pietro per compiere il voto per la guarigione del figlio Adalgisio od Adelchi, come lo chiama il Manzoni. Desiderio amava oltremodo questo suo figlio, che viene dipinto da Paolo il Diacono, da Varnefrido e da Manzoni stesso come duce valoroso; e lo avea in tanta considerazione, da chiamarlo a parte del regno, dividendo con esso lui gli onori ed il peso della corona.
Il Corio narra come Desiderio, dopo la sconfitta avuta da Adriano a Spoleto, oppure, come meglio si vuole, dopo la fuga e la rotta de’ Longobardi dispersi dall’esercito franco, si ritirasse colle sue genti ne’ monti della Brianza ad un luogo detto Montebaro, dove si fortificasse in modo che di un monte solitario fosse divenuta una vera città opulenta. È quindi probabilissimo, inferisce il Longoni, che trovandosi in que’ luoghi andasse a caccia per quei circonvicini monti, che a quell’epoca erano per le folte selve abbondanti di selvaggina, e che abbattutosi Algiso in qualche fiera, che viene chiamata nelle cronache porco selvatico (cinghiale), o fosse assalito da essa, o nell’ucciderla restasse offeso dalle armi proprie o da quelle di altro cacciatore di lui seguace. Forse i monaci Benedettini, che si erano già sparsi nell’Italia e stabiliti negli eremi i più solitari, soccorsero il giovane Algiso o Adelchi nella sua sventura e lo curarono con affetto; per cui re Desiderio, mosso dalla premura da essi addimostrata, fece loro erigere una chiesa più vasta di quella di San Benedetto, che forse già esisteva, e la dotò di beni.
Ma il Corio stesso riferiva supposizione diversa, quella cioè che il Fiamma aveva diggià udito.
“Questo tempio fece edificare Desiderio a similitudine della Chiesa Pontificale in Roma. Et la cagione intervenne che, andando un dì Algisio, suo figliuolo, con assai comitiva et gran numero di carri alla caccia di porci (cignali) su quel monte dove è edificato il tempio, a caso ferendo un porco, di subito, per divina volontà, divenne cieco. La qual cosa intendendo il padre il votò a S. Pietro ad honore di cui, al figliuolo essendo ritornato il vedere, nel monte predetto fece edificare il memorato tempio e quello dotò di honoranti redditi, siccome nei suoi privilegi si contiene e per li quali si vede ancora la indulgenza che Adriano pontefice gli concesse.„
La quale opinione dello storico milanese riceve il suo valore dalla popolare tradizione che ancora sussiste: perocchè i molti devoti che traggono a quella chiesa sogliano lavare gli occhi in una fonte di acqua viva che scaturisce presso alla stessa, e che pretendono sia pur quella che rese la vista all’infelice Adelchi.
Ma che c’entrano, chiederà il lettore, tutte queste leggende colla Valle dell’Oro, di cui vi siete proposto di dire?
— C’entrano sì, o discreto lettore.
Perocchè, se visitando il Pian d’Erba, piace a te per avventura fra le cose meglio interessanti salire a que’ venerabili avanzi dell’antico, dove tanta storia di nostra casa si può imparare, e sarà certo fra’ tuoi migliori partiti che ti allegrino il delizioso soggiorno, una delle due vie che vi conduce, transita appunto per la piccola Valle che si denomina dell’Oro; ed io, ponendoti al giorno della pietosa tradizione che ancor ripetesi dalla buona gente della montagna, ho pensato meglio invaghirti a salire per l’erta scabrosa, prendendo quel sentiero che parte da Civate, anzi che dal più agiato viottolo che dalla Croce così detta di Pieve mette fra dirupi e cespugli alla medesima meta.