Sopra queste alte vallate s’alza l’Alpe di Carella, che si può senza molta fatica ascendere e da dove si corre coll’occhio per un piano tutto sparso di paesi e di ville, fino a distinguere la freccia dell’aguglia del Duomo milanese, e più in là tutta la valle del Ticino.

Io invece non abuserò delle gambe del lettore e, fattolo uscire da Galliano a una decina di minuti di cammino, batteremo alla porta del Bel Dosso, alla villeggiatura principesca di Francesco Graziani, il baritono dalla simpaticissima voce, che adoperò a raggranellar un’ingente fortuna, massime cantando per molti anni di seguito a Pietroburgo e Londra, e per la quale potè comperarsi questo superbo ritiro, che prima aveva appartenuto a due miei amici, che morte rapì nel fiore della loro età e delle speranze, voglio dire Giuseppe Galli e l’avvocato Paolo Emilio Beretta. Il Graziani vi spese d’aggiunta un’ingente somma ad abbellirla, a dotarla d’ogni comodità; dirò di più, a fregiare la casa di ricca e preziosa suppellettile, perocchè, fra le altre sale, una ne vidi con mobili intarsiati di malachite e con tavolo tutto di questa pietra; ma il meglio della villa esisteva già, e questo meglio è la sua posizione che la rende superiore a tutte l’altre, è l’essere sulla punta di un promontorio, per il che le è dato di tutte ammirare da un lato le bellezze del bacino dell’Éupili, ossia de’ laghi che già abbiamo veduti, e dall’altro quelle non minori del Pian d’Erba.

Dal Bel Dosso si entra nel paese di Longone, dove qualche tempo fa si trovò un’ara coll’iscrizione: Herculi invicto V. S. L. M; L. Domitius Germanus salvo patrono. Essa fu portata nel giardino della villa Traversi a Desio. Qui a Longone raccomando l’osteria del paese, dove chi cerca appagar l’appetito con cibi casalinghi vi è di certo soddisfattissimo. Spesso l’osteria di Longone è il convegno de’ signori del Pian d’Erba, a colazioni e pranzi, massime se si possa contare su qualche lepre che vi si cucina a perfezione. Più sotto è Bindella con migliore orizzonte, di poco diverso da quello del Bel Dosso, con villa de’ Galimberti. Nel vicino Penzano due altri egregi artisti, i conjugi Agostino Dell’Armi e Luigia Ponti, si procacciarono una comoda villa.

La strada di Longone, che dovremo rimontare per fare una corsa a Canzo ed Asso, ha principio alla Malpensata, dove riesce la strada provinciale che viene da Inverigo, per tripartirsi, procedendosi per un ramo a Pusiano e Lecco, per un altro ad Erba e per il terzo alla Vallassina. Qui presso al ponte della Malpensata si rinvennero sepolcri romani colla marca del figulino R. I. D. e vasi di terra contenenti uno specchio metallico, armille, braccialetti e monete dell’epoca imperiale.

Arrestandoci per questa escursione a Longone, è impossibile che non montiamo al vicino villaggio di Proserpio, dove han villa gli Staurenghi, ora de’ Baroggi. Di qui era l’avv. Pietro Staurenghi, presso il quale crebbi all’avvocatura, e dove più d’una volta ebbi cortese ospitalità.

Facile è correre colla mente a pensare che Proserpio derivi da Proserpina, la Iddia infernale, che gli scrittori dicono avesse qui delubro e culto.

Rammento che il mio maestro ed amico, quando mi ebbe in sua casa, mi condusse alla non lontana Inarca, breve accolta di casolari che riguardano verso il lago Segrino, ma che nondimeno ha un superbo orizzonte.

ESCURSIONE TRENTESIMA. LA VALLASSINA.

Il lago Segrino. — Canzo. — Il Vespetrò. — I Corni. — La fontana del Gajumo. — La cascata della Vallategna. — Il torcitojo Verza. — Scarenna. — La Casa dell’eremita. — Asso. — Lapide antica. — Arte. — La via al Pian del Tivano. — Pagnano, Fraino, Caglio, Gemù. — Il Ponte Oscuro. — Lasnigo. — Le donne della valle. — Le serve. — Onno. — San Carlo e la sua mula.

Lasciato addietro Longone, e mettendoci per la bella e spaziosa via, che da pochi anni fu compiuta, che scorge alla Vallassina, vediamo subito il Segrino e lo rasentiamo in tutta la sua lunghezza, che non è molta. Questi eterni chiaccheroni, che sono gli etimologisti, vorrebbero che il nome venisse a questo lago dal francese chagrin, affanno, quasi che il bacino sia tristo e malinconico. Piacemi rispondere ad essi anzi tutto che non potei mai comprendere per qual ragione si ostinino a dir tristo questo lago. Se non è tutt’all’intorno popolato di villaggi e palazzi, solo a capo del medesimo vedendovisi abitato, non significa per ciò solo che lo si debba condannare. Se in luogo del dosso verde e boscoso, che sta dalla riva opposta a quella che noi percorriamo, sorgessero picchi nudi e ferruginosi, potrebbesi aver ragione; ma quando invece questo bacino è tutt’all’intorno lieto di verzura, quantunque solitario, non può dirsi tale da meritarsi titolo di affannoso. Oltre di ciò, qual bisogno vi sarebbe stato di tôrre a prestanza al linguaggio francese un vocabolo per battezzarlo? Segrino finalmente si legge scritto in documenti antichi assai più della venuta de’ Francesi in Lombardia ai tempi di Carlo VIII, e quindi Segrino sarà un nome come qualunque altro, e se si sottrae diversamente all’interpretazione, segue la sorte della maggior parte degli altri nomi di laghi e di paesi.