Oltre questo lago ci troviamo a capo del bivio in cui si scinde la strada della Vallassina; perocchè vediamo l’altra via che mette a Pontelambro, e che faremo noi pure al ritorno della presente escursione.

Dopo due corte miglia da Longone, ci si affaccia Canzo. È borgata abbastanza grossa, che ha molte case di villeggiatura, sì che in questo tempo di autunno vi si vegga una vera colonia milanese; tanto così che venne eretto un teatro, dove si canta l’opera o si recita la commedia con affluenza di pubblico, e vi si fanno liete feste di ballo. Così popolato è sempre a sera il caffè, come di giorno frequenti sono gli equipaggi che da’ paesi circonvicini traggono a scopo di visita o di passeggiata. Famoso è poi il vespetrò che vi si fabbrica, liquore che arieggia la chartreuse di Grenoble, la quale ci giunge di Francia e che è sì ricerca e gustata.

Succedono, al fianco destro di Canzo, i Corni, acuti picchi altissimi, a metri 1385 sul livello del mare, che a Milano, come già notai, si veggono; ma colla loro nudità non aggiungono tristezza, e solo formano contrasto col resto, che è tutto lussureggiante di vegetazione.

Erano un dì rinomate le saje di Canzo che vi si fabbricavano; poi prevalse la seta, e vi ebbero e vi hanno filande e filatoj i Verza ed i Gavazzi.

Traggono quei del paese, a titolo di divozione, a San Miro, che fu nativo di questo borgo, nella prima domenica di agosto, alla sagra che in onore di questo santo si celebra nel luogo solitario e alpestre che vien detto la Fontana del Gajumo. Come accade in simili circostanze, si merenda colà allegramente e la divozione si muta in un vero divertimento.

Dopo Canzo, seguendo il corso della via che conduce ad Asso, il tuo cuore si esilara subito in questa nuova e vaghissima valle, dove si presenta al manco lato Asso, il non men bello paese da cui prende il nome tutto quell’importante territorio che si appella appunto Vallassina, e che si vede, come scena teatrale, posar sul fianco del burrone entro cui rumoreggia il Lambro, che non vi ha molto lontana la sua scaturigine.

La cascata della Vallategna, balzante a picco da erta rupe, sulla cui vetta fa leggiadramente capolino il grande torcitojo dei signori Verza, spruzza nella sua caduta, colle sue spume minutissime come atomi di polve, a molti passi i viandanti. Altre cascatelle scendono giù dai monti selvosi, che quantunque restringano l’orizzonte, pure non tolgono bellezza alla graziosa valle, i cui facili e verdi declivî si avvivano di grotte e di abituri, di ville e casali, ed è dimezzata dal Lambro che vi scorre. Dall’opposta sponda è Scarenna, sopra la quale vi viene additata la Casa dell’eremita, ove è fama che sul finir del duodecimo secolo vivesse appunto un sant’uomo che s’era dato ad istruire la puerizia e contasse fra i suoi alunni anche quel Miro, che fu poi santo egli pure e che ho mentovato più sopra.

Pochi passi e siamo ad Asso, il cui nome si suol dedurre dal celtico as, significante sorgente. Ebbe, ne’ tempi efferati, castello di cui non esiste che la torre in rovina. Un’altra torre, arnese di guerra, era quella che fu poi convertita in campanile della chiesa prepositurale.

Era Asso una delle Pievi che componevano la Martesana; a’ tempi pagani ebbe culto per Asclepio, nome greco di Esculapio, e forse da Asclepio derivò il nome suo, avendosene dagli antiquarî ad argomento l’iscrizione romana trovata in Vallassina fra Onno e Vassena, e che fu letta così dal dotto archeologo Giovanni Labus

Genio Asclepii
Lucius Plinius
Burrus et F. Plinius
Ternus votum solvunt.