Il paese è in felicissima postura, perchè a mattino vede il Pian d’Erba, a mezzogiorno domina il bacino dell’Éupili, a ponente la Brianza, e a sera la villa del Soldo, Fabbrica e infiniti altri paeselli, tutto recinto poi l’orizzonte da una corona azzurra di montagne, colle onde del lago d’Alserio che gli baciano le pendici del colle su cui posa.

In antico fu paese nella podestà dell’arciprete di Monza, che vi esercitava giurisdizione feudale, come su molte altre terre; quindi parve luogo a fortilizî, e vi fu fabbricato un acconcio castello, e Francesco II Sforza lo concedeva in feudo ad Alessando Bentivoglio, spodestato signore di Bologna e governatore del Milanese, della cui famiglia è la cappella che in Milano si vede nella chiesa di San Maurizio del Monastero Maggiore sul corso di porta Magenta.

Ma quel famigerato prepotente del Gian Giacomo De’ Medici, detto il Medeghino, del quale già narrai in una passata escursione le ribalde gesta, lo lasciò per poco godere degli ozî di Monguzzo; perocchè, parendogliene la rôcca assai propria a’ suoi disegni, un dì, nel 1533, assalitola alla sprovvista, ne cacciò quelli che la presidiavano pel Bentivoglio, e se ne installò padrone, spargendo d’ogni intorno per le terre della Brianza, e massime per la Valsorda, il terrore. E taglieggiava da qui non i massai soltanto, ma anche i signori, che cercava di imprigionare e non rilasciare che contro enormi riscatti e teneva in allarme la fortezza di Brivio e massime di Trezzo di più grande importanza.

Il Missaglia, amico di questo fiero capitano di ventura e storico di sue gesta, lo scagiona dall’aver tolto al Bentivoglio il castello, narrando come all’occupazione di esso fosse stato dallo Sforza medesimo ordinato, e fornendone le ragioni. “Possedeva, scrive egli, in quel tempo il castello di Monguzzo come suo proprio Alessandro Bentivoglio, figliuolo di Giovanni, già signore di Bologna, parente del duca e di molta autorità appresso lui, uomo di gran sincerità, ma poco inclinato all’armi. Il castellano, visto con che poca cura e guardia era tenuto quel luogo dal Bentivoglio, per sue lettere e col mezzo d’amici suoi, fece intendere al duca con quanta facilità e con quanto suo danno quel luogo, mal guardato, poteva capitare in mano degli imperiali (gli Spagnuoli di Carlo V comandati da Antonio De Leyva), offrendosi quando fosse rimesso alla sua custodia non solo di ben guardarlo, ma eziandio con la comodità di quello, danneggiare molto i nemici, ed assicurare quella parte del ducato dalle invasioni degli Spagnuoli; il che sarebbe stato come un freno a Lecco, tenuto da essi. Il duca, che, reso il castello di Milano, si trovava in Lodi, tolto dalle mani degli imperiali e dato alla lega da Lodovico Vistarino, benchè dopo la prigionia del Morone gli mostrasse poca inclinazione e poco fidasse di lui, pur conoscendo vere le sue ragioni e dubitando di peggio, e anco come quel ch’era posto in gran necessità di denari, sentiva volentieri che quel castello si avesse a guardare senza suo costo. Scrisse al Bentivoglio che rimettesse il castello alla guardia del Medici, e le lettere furono inviate a lui stesso, perchè le presentasse al Bentivoglio. Il Medici accortissimo, conoscendo quanto fosse per spiacere questo al Bentivoglio, e quanto egli potesse appresso il duca, dubitò, e ragionevolmente, che se gli mandava le lettere fosse per riuscire vano il suo disegno; onde con l’aiuto di molti principali del paese suoi amici fatta una buona raccolta di gente, accostastosi una notte a Monguzzo, e scalatolo, si appresentò alla rocchetta ove era il Bentivoglio con la sua famiglia e con le lettere ducali, e con la forza strinselo ad uscire dal castello[41].„

Quando il De Leyva ebbe contezza della caduta di Monguzzo nelle mani del Medeghino, così se ne dolse, perchè da lui si attendesse maggior travaglio che non dal Bentivoglio, vi spacciò il conte Lodovico Belgioioso con buon nerbo di forze onde ritorglielo; ma questi, dopo varî assalti e perdita d’un centinaio d’uomini, disperando venire a capo del suo proposito, si levò di là.

Certo Martino da Mondonico, animoso, ma avido di ricchezza, aveva saputo entrar nelle grazie del Medici ed ottenuto aveva da lui il commissariato di alcune tasse e contribuzioni che con durezza esigeva. Parve al De Leyva di poter guadagnar coll’oro il Mondonico, onde agevolarsi il conquisto di Monguzzo che gli intercettava la strada da Lecco a Milano, ed infatti se l’ebbe facilmente a’ suoi interessi. Ma l’ingordo traditore volle dapprima di compiere il tradimento arricchirsi, ed abusando del nome del Medici, si impadroniva un bel dì del castel di Perego. Poichè vi fu penetrato, buttata la maschera, vi prosciolse i prigionieri e si chiarì al servizio del De Leyva. Il Medici mandò subito il capitano Pellicione a riprendere il castello, e l’ebbe coi traditori, i quali condotti a Monguzzo vi vennero appiccati per la gola, e il Mondonico, posto prima a’ tormenti, fu poi vivo, siccome si meritava, inruotato.

Poneva allora il Medeghino in suo luogo castellano di Monguzzo il fratello Battista; ma poi, quando gli parve trasferirlo a comandare la più importante fortezza di Lecco della quale s’era insignorito, vi sostituì il suddetto capitano Pellicione.

Non mi so che il castello di Monguzzo fosse teatro a ulteriori fatti di guerra; perocchè buttata, a questo cerbero dalle tre gole, intendo dire del Medeghino, l’offa da Carlo V, col crearlo marchese di Marignano e coll’inviarlo altrove a portar guerra, spulezzò il Medeghino pur da questi luoghi.

Più tardi il castello apparve tramutato in amenissima villeggiatura, mercè le cure dei marchesi Rosales alle cui mani pervenne; ma l’ultimo di essi, che molto di sua fortuna adoperò a pro dell’italiana indipendenza, nel 1853 la vendette al conte e banchiere Sebastiano Mondolfo, delle cui sapienti liberalità m’avvenne già di intrattenere, quando m’ebbi ad occupare dell’altra sua villa in Borgo Vico a Como.

E liberalità sapienti operò anche qui in questa sua villeggiatura di Monguzzo, perocchè aprisse a sue spese una scuola, e nel cascinale che fe’ erigere introducesse molte comodità, per le quali mostrò come pur i poveri coloni chiamar si debbano, per migliorarli, a partecipare alle inevitabili esigenze del vivere sociale moderno.