È una consolazione quando si vede alcuno de’ privilegiati dalla fortuna, in mezzo agli agî, rammentarsi che v’ha chi soffre e penuria e gli stende misericorde la mano. Sebastiano Mondolfo ha provato in tante occasioni d’essere uno di costoro.
ESCURSIONE TRENTESIMANONA. IL SOLDO.
Il casolare del Monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. — Il Soldo degli Appiani. — Villa Turati. — La casa, il giardino e il parco. — Gli acquedotti. — Casino rustico. — Orsenigo. — Casa Carcano. — Anzano. — Villa del marchese Carcano. — Piccolo albergo. — Alzate. — Vecchio castello. — Palazzo Clerici. — Fabbrica. — Brenna e don Antonio Daverio.
A stretto rigore, il colle di Monguzzo, a parer mio, chiuder dovrebbe il bacino del vecchio Éupili, o, come suolsi oggi dire, del Pian d’Erba; ma siccome è assai indeterminato anche nella mente di que’ del paese il confine di questa ridentissima porzione di territorio che designasi sotto la denominazione di Pian d’Erba, io credo non uscir da’ limiti che s’è prefisso il mio libro spingendo questa volta la nostra escursione da questa parte insino alla stupenda villeggiatura del Soldo.
E d’altronde fosse anche fuori affatto della cerchia de’ paesi che dall’universale si assegna approssimativamente al Pian d’Erba, siccome al Soldo ci va ognuno che venga al Pian d’Erba; così anch’io non posso a meno che condurvi il mio lettore.
Vi arriveremo dalla via di Parravicino, alla quale facciamo ritorno, oltre la Ca’ de’ ladri, che abbiamo veduta.
Lo si scorge presto, perchè esso s’alza tronfio sulla cima della più lieta eminenza e di là sembra accivettare quanti necessariamente percorrendo la via che mena alla Valsorda, vi rivolgono lo sguardo. Altri poggi vi stanno presso, tutti diligentemente coltivati, e di pertinenza del medesimo signore, del conte Turati, salito per operosi commerci in filati di cotone a sterminata ricchezza e al patriziato italiano.
Allorquando si è sotto la collina del Soldo, vi pare di avere davanti una scena teatrale: mulino a vento, chioschi e padiglioni, chalets e cottages, introduzioni leggiadre di cose forestiere, viali, telegrafo, una ben ordinata e splendida vegetazione, il tutto incoronato dal palazzo che sta in cima. La prima impressione ci avverte subito che la villa gode di meritata fama.
Molti rammentano ancora come quivi non fossero prima che una meschina sodaglia, borri profondi e frane, rovi ed arbusti inutili: non vi aveva infatti alla sommità del colle che un casolare di ragione del monastero di Sant’Ambrogio di Cantù. Chi mai avrebbe detto allora che si sarebbe tramutato tanto squallore nella più gioconda plaga? Questa metamorfosi prodigiosa, iniziata da don Giacomo Appiani d’Aragona, che ridusse quell’aspro colle a villa su disegno dell’egregio architetto Moraglia, del senno del quale già ammirammo in queste nostre escursioni non poche opere, fu perfezionata dal conte Turati.
E veramente scrissero i signori Zoncada e Garovaglio nella loro opera I giardini dell’alto Milanese e del Comasco, levando a cielo il Soldo[42]. Sarebbe difficile, sentenziaron essi, trovare altrove più stupenda varietà di scene, più ampie vedute, più diverse, e nel tempo stesso, e qui è il merito dell’uomo, una struttura, un disegno meglio ideati, più acconci alla qualità del sito, più rispondenti agli ultimi progressi dell’arte de’ giardini, una coltivazione più ricca, più lussureggiante, e per certe parti più degna che si pigli ad esempio. Sono pregi e bellezze che a comprenderle non arriva che la vista; per la parola è molto ancora se le riesca di lasciarle indovinare. Que’ viali, que’ passeggi, che larghi, agevoli, spazzati, girano il poggio serpeggiando con sì dolce movenza e dominando sempre l’immenso orizzonte; quelle costiere che verdi, fiorite, sparse d’ogni maniera di piante, si prolungano di qua, di là sì pittoresche fin giù nella valle; que’ prati, que’ piani ameni dove l’occhio si riposa sì tranquillo e beato; quel contrasto tra il semplice e il grandioso, il ridente e l’austero, tra l’arte e la natura, per cui passi dalla rigida vegetazione delle Alpi alla sfoggiata delle zone più favorite dal sole; che li vedi affratellarsi, dal vivace padiglione Chinese al chiosco orientale e al positivo casolare dello svizzero o dell’olandese, dal ponte di legno che ricorda la primitiva età de’ pastori alle fontane marmoree, alle statue, opera di famosi scalpelli e documenti della più alta civiltà; bisogna vederli chi voglia farsene il giusto concetto: noi non possiamo che rammentare così a sbalzi, come la memoria ci soccorre, di tante meraviglie quelle pochissime delle quali ci è rimasta una impressione più profonda, e che per la qualità delle cose torna meno difficile a comunicarsi altrui.