Io l’ho già detto in non so quale mio scritto, che del lago di Como, di questa privilegiata parte d’Italia, benedetta dal sorriso della natura, preferisco il bacino di Torno, che è il secondo del lago, e lo preferisco pure a quello sì decantato della vaghissima Tremezzina; e delle ragioni di siffatta predilezione, a non ripetermi, non mi farò qui inutile espositore.

Basti tuttavia a solo complemento di questo esordio il dire che, sebben più angusto tale bacino e meno ricercato dell’altro, lo si può nondimeno meglio godere, percorrendolo in ogni senso, senza tema d’essere sorpresi a mezzo dalla tempesta, e liberi da quella soggezione che troppo aristocratici villeggianti impongono, e che vi richiede l’impegno di toalette e riguardi che vi infastidiscono e attossicano gli ozj autunnali.

Nel bacino di Torno, anzi proprio dicontro a questo paese, dove il battello a vapore fa la sua prima ordinaria sosta dopo avere lasciato Como, si adagia il bel villaggio di Moltrasio colle sue ville che si specchiano nell’onde, coll’ampia strada della Regina che lo divide per mezzo, colle sue case scaglionate su per il declivio della montagna, co’ suoi crotti estivi pei dilettanti del buon vino, massime con quello del Caramazza, osteria e convegno de’ buongustai di Como che il preferiscono eziandio al Nino, co’ suoi rigagnoli, colla sua cascata, col suo orrido...

Ma non anticipiamo l’argomento... M’ho degli obblighi verso Moltrasio da adempiere dapprima: or ringrazio l’occasione che mi si porge di sdebitarmi.

Era l’aprile del 1859. I tempi erano grossi, l’orizzonte politico nero, le nubi presso a squarciarsi, la folgore a scoppiare; o, per uscir dal figurato, stava per incominciare la guerra delle armi sardo-francesi contro l’Austria, che doveva redimere l’Italia dalla oppressione straniera. La polizia austriaca vedeva dovunque congiure e congiurati, e a buoni conti andava pazzamente facendo razzia de’ liberali che, non potendo varcare colle altre migliaia i confini per ingrossare le fila dell’esercito piemontese, rimanevano ad agitar il paese, a tener viva la fiamma della rivoluzione che non cessava di lavorare alla cheta. Impossibile pertanto che un pensiero non si degnasse da essa di concedere pure a me, che più d’una volta m’aveva fatto l’esagerato onore di chiamare ne’ suoi segreti processi verbali corifeo della rivoluzione.

Aveva in que’ giorni arrestato già un mio fratello, e i miei concittadini alla notizia scrollavano la testa; e l’un l’altro si mormorava: hanno preso un granchio, doveva essere l’altro; e declinavano il mio nome. In verità si giunse a mettermi nel cuore una puntura di rimorso, e una mattina, a scandagliare il terreno sul quale mi trovava, e all’occorrenza pronto a pagare di me l’equivoco preteso dalla pubblica carità, osai picchiare all’ufficio del consigliere M... commissario superiore di polizia nel temuto palazzo di Santa Margherita. Avevo una scusa, mancando di carta di sicurezza — arnese indispensabile a quei tempi di non compianta memoria tanto pel ladro che per il galantuomo — e però entrato da quel signore manifestai il mio bisogno.

Il consigliere M... era un buon tedesco, una mosca bianca tra i cagnotti polizieschi; nè appena avevo aperto bocca, che così m’apostrofava:

— Ma ella è malato; m’avevano detto ch’ella fosse in campagna a curare la sua salute, perchè mo’ è tornato?

— Hanno arrestato mio fratello, temevo non fosse un equivoco.

— Ma no, no, suo fratello uscirà oggi o domani, ed ella è molto malato, vada in campagna... e alzatosi mi fe’ senza perditempo disporre la mia carta di sicurezza e consegnandomela, tornò a dirmi: