Il Bellasio proseguì:
— Dunque la Ghita in sul pomeriggio d’una giornata era andata giù a Cernobbio a trovare non so qual parente e fra una parola e l’altra il tramonto approssimava e l’ora della cena pur con esso. — Che ti fermi, Ghita, a mangiare con noi un bocconcino? le dice quella parente. — Sì, no, è troppo tardi, m’aspetta la mamma — risponde la forosetta e intanto la chinava la faccia fatta rossa come una melagrana. Gli è che la Ghita, come ella può bene figurarsi, aveva a casa il suo Tonio che l’attendeva, un pezzo di giovinotto che le invidiavan tutte le ragazze. — To’, siedi: sono agoni che due momenti fa ballonzolavano ancora vivi sul tagliere. — E la Ghita, mal resistendo, si sedeva sur un trespolo di legno intorno a un desco su cui fumava una soda polenta e gli agoni esalavano una fragranza provocante. L’ora così si era fatta tarda, quando la Ghita si accommiatò. Ben è vero che qualcuno l’accompagnò un piccol tratto di strada fino alla punta del Pizzo, ove è adesso la villa del passato Vicerè e ch’ella sa; ma, qui giunta, sentendo venir da lunge come uno zufolare d’uomo e credendo che si fosse il proprio Tonio che le venisse all’incontro, licenziava l’uomo che l’aveva accompagnata col pretesto che in due salti ella sarebbe a casa, nè voleva di tanto dargli più incomodo e fatica.
E la Ghita camminava.
La strada allora non era come la vede adesso, così bella che la fu un vero beneficio di quella donna caritatevole che è stata la principessa di Galles, la regina che per tanto tempo fu la nostra provvidenza; la strada era su e giù serpeggiante fra la boscaglia, fitta, scura, che chi non fosse stato del paese non ci avrebbe certo a notte trovato il conto di uscirne, e se incauto si fosse un po’ tenuto verso il lago, avrebbe corso anche il rischio di fiaccarvi il collo; perocchè prima che Monsù Curié avesse fabbricato la sua bella palazzina, là vi stavano bronchi, massi e precipizî pericolosi mascherati da liane e spine secolari.
Era la Ghita giunta poco più avanti ove è appunto la villa Curié, che sentissi da una voce sconosciuta intimare:
— Alto, chi va là?
— Son io, son la Ghita di Moltrasio — rispondeva sgomenta la fanciulla.
E l’incognito ridendo allora di un riso satanico, venendole incontro, le diceva:
— Ah! ah! a quest’ora qui la Ghita di Moltrasio? Sei venuta ne’ miei domini ed è giusto che paghi il tuo pedaggio — e stendeva ver lei la mano.
Diede la giovinetta un salto indietro e intimava al temerario: