— Statevi un po’ sul vostro e lasciatemi ir oltre, perchè è tardi e sono attesa.

Lo sconosciuto rispose con un ghigno da demonio e mosse invece innanzi risoluto per abbrancarla; ma la Ghita, lesta più ancor di lui, in un attimo, fatto in cuore un voto alla Madonna a tutela del suo onore, spiccò un salto per quei burroni, e quel tristo che la stava per afferrare, nè pel bujo aveva avvertito l’imminenza del pericolo, fallendogli il piede, giù egli pure precipitò.

Si sentiva tosto dopo un lungo grido come d’uomo cui sia tocco una terribile percossa, ed un giovane che muoveva da Moltrasio e l’udiva, com’era ben naturale in quella generale quiete della sera, affrettando i passi per il sentiero della foresta, giunto presso alla scogliera dove il fatto era accaduto, presago in cuore che la sventura avesse toccato la fanciulla dell’amor suo, si diè a chiamarla.

— Ghita! Ghita! —

La voce infatti della fanciulla gli rispose. Oh! era lei, proprio lei, chè nel cadere per quei burroni la sua gonna s’era impigliata fra i rovai e le liane e l’avevan impedita di rovinare giù nel lago sfracellata, dove era andato invece a piombare il suo turpe tentatore.

Tonio, il fidanzato della Ghita, espertissimo di que’ greppi, avvertita dapprima la fanciulla che non si avesse ad agitare, ma cercasse d’attenersi ad alberelli i più robusti, si condusse cautamente presso ad essa e protendendole la mano, poichè l’ebbe ad afferrare, giunse in breve a districare la sua Ghita e condurla a salvamento; e dopo udito il tristo caso, quando presa la sua barca venne sotto alla scogliera a cercarvi il mal capitato, nè egli, nè i suoi compagni che recavano accesi de’ legni resinosi, ritrovarono il cadavere. Solo un feltro galleggiava là vicino e la gente del paese andò divisa nel pensare a chi spettasse. I più dicevan che ei fosse un contrabbandiere della Svizzera vicina, altri invece e le comari affermarono, pel contrario, che potesse essere il demonio, e che la Ghita fosse stata salva per il voto alla Madonna. Certo è che ancora la sera, quando il tempo mena burrasca, proprio come quella notte che avvenne il triste caso, vedesi un fuoco errare su quel greppo, e chi passando lo vede si fa il segno della croce, perchè o lo spirito del contrabbandiere o il demonio in persona è condannato a qui far la penitenza.

Il Bellasio gittò i remi: io sorrisi per la conclusione della storiella e m’accorsi che eravamo giunti agli scaglioni della casa de’ miei eccellenti amici, i signori Turati di Urio, che mi ospitavano cordialmente.

III.

Come avevo stabilito, all’indomani m’avviai a Moltrasio di nuovo, alla ricerca della cascata che m’aveva accennato il barcaiuolo. Attraversando il paese scaglionato su quel pendio, io, studioso dell’antico, ricordai come gli etimologisti pretendano derivare il nome del paese da Monte Raso, e misurandone tutta la lunghezza coll’occhio vedevo l’ampio palazzo dei conti Passalacqua, detto la Vignola, architettato da Felice Soave con soverchia semplicità, con giardino avanti di esso a varî piani che discendono al lago sempre fiancheggiati da cipressi. Volgevo poi lo sguardo da l’un lato e dall’altro della villa e cercavo indovinare dove mai avesse potuto sorgere quella del baron Durini, citata dall’abate Amoretti nel suo Viaggio da Milano ai tre laghi, dove questo autore lasciò scritto trovarvisi una magnifica raccolta ornitologica.

Passai il paese, e a mano manca, fuori appena di esso, nella parte superiore allo stesso si presenta infatti quel grande scoscendimento e la cascata d’acqua che que’ del luogo chiamano l’Orrido di Moltrasio, ma che non ne ha le condizioni, essendo ben lungi dall’ispirar orrore, e da cui scende un torrente che attraversando il paese lo rende veramente pittoresco.