La riga di bianco fumo che lascia addietro di sè il vapore ci avverte che va sollecito; affrettiamo, che lo vedremo passare dinnanzi a noi e giungeremo in tempo di farci cullare dalle grosse onde che solleva col volgere delle ampie sue ruote, e passeremo in rivista i passeggieri che muovono ai diversi punti del lago.

Intanto eccoci in faccia la villa Taverna sulla sponda destra: dirizziamo la punta della lancia alla volta di essa, se vogliamo trovarci al sito in cui il piroscafo rallenta; la campanella della fermata suona e noi possiamo goderci dello spettacolo che ci siamo ripromessi.

Il paesello vicino è Perlasca, terricciuola già fiorente per l’industria della lana che vi si esercitava, ammencita ora di molto nelle guerre astute e ladre, direbbe il Torti, de’ passati tempi. Vi è ancora una casetta in cui la tradizione pretende siavi nato Benedetto Odescalchi, quegli che fu pontefice sotto il nome di Innocenzo XI, da soldato ch’era dapprima. Quivi ad ogni modo era la villeggiatura degli Odescalchi e quivi egli veniva al divertimento della caccia, come lasciò ricordato in un suo scritto.

Fu nel secolo scorso che venne edificata la villa Tanzi, ora denominata dall’attuale suo possessore conte Lodovico Taverna, patrizio milanese, che l’eredò da un conte Tanzi, senz’altra ragione, dicesi, che quella della simpatia, con un bel gruzzolo insieme di denaro per la relativa manutenzione. Fu l’incarnazione di uno di quei bei sogni di una notte d’estate che facciamo noi popolani, e la cui realtà non avrà già recato tutta quanta la sorpresa al già ricco patrizio, che avrebbe fatta a noi. Era in addietro la più bella villa del lago: ora si conserva sempre fra quelle che attraggono meglio l’attenzione, senza pretendere al primitivo vanto. Delle due ale sporgenti del fabbricato, una non è internamente ultimata ancora. Accrescono pregio i giardini disposti maestrevolmente, con serre chiudenti peregrinità botaniche e fiori d’ogni specie, su tutti ottenendovi culto speciale la rosa in infinite sue varietà, e ve ne aggiungono eziandio belle ed esotiche piante. Nè ciò faccia maraviglia, da che il conte Taverna si piacque di orticoltura e giardinaggio, e Lombardia gli va debitrice dell’introduzione di più d’una delle piante ornamentali, venute poscia in voga tra noi, e tra le quali quella bellissima tussilaginea, detta il Farsugium grande.

Ma ecco il vapore ci è alle spalle; sostiamo.

Gustata la voluttà di questi sobbalzi dell’onda, progrediamo verso la meta della nostra odierna peregrinazione.

Questo paese è Torno col suo bel promontorio. Ebbe un dì stabilimento degli Umiliati che vi fabbricavano panni. Narra il Cantù, che mentre Francesi e Svizzeri combatteano contro i Tedeschi, i Tornaschi favorirono i primi, e quando rimasero sconfitti alla Bicocca (1522), resistettero ancora, come Brescia nel 1849, e ne corser la sorte. Perocchè il governatore di Como assalse e mandò a ruba e fuoco Torno, neppur la chiesa risparmiando; e restò memoria d’una fanciulla che il fior verginale salvò dirupandosi da una finestra e perendo colla patria. Lo stesso Cantù verseggiò un’altra pietosa romanza o storia di sposi annegati, sotto il titolo: I morti di Torno. Io mi fo lecito ridurla a prosa.

Linda, la bella fanciulla di Torno, era fidanzata a Fernando, quando questi aveva dovuto partir soldato per la guerra. Si scambiarono i due giovani i giuramenti d’amore, e, mentre Fernando era alla guerra, ella attendea e pregava la Vergine e i santi pel suo ritorno. Un dì finalmente, reduce Fernando dalla Spagna, spediva lettera a Linda che le annunziava la sua venuta al paese fra sette dì. Ognuno immagina la gioia della poveretta a tal novella, ognuno le ansie di sì lunga settimana: alla fine spuntò l’alba dell’ultimo giorno. Spia tutte le navi, i battelli che solcano il lago; ma egli non viene: finalmente, alla militare assisa che è in un burchio, più col cuore che coll’occhio lo divina, lo riconosce... è lui. Ma intanto sul lago si è ingrossato un fiero temporale, il tuono scoppia, l’acqua diluvia, è un tempo d’inferno. L’amato burchio avanza lentamente lottando colle onde, e Linda, a seguir meglio il progresso di esso, a meglio vedere il suo bene, vola su d’un’eminenza che sta lungo il lago; ma giunta a mezzo dell’erta, per l’erba molle e bagnata, il piè le scivola, e giù dalla china precipita nell’onde. La vide Fernando e la conobbe, nè curando il furiare dei flutti, si slancia in mezzo ad essi, drizzando il nuoto verso la sua fidanzata. Invano facevano forza di remi i battelli spiccatisi dal lido e il burchio dove era Fernando, per accostarsi agli infelici sposi che non si videro più ricomparire. Solo la dimane se ne ritrovarono i corpi: erano abbracciati insieme nell’amplesso castissimo di morte. Là venne posta una croce a memoria del pietosissimo caso e il barcaiuolo che vi transita prega loro la requie eterna.

Poichè siam presso al porto, ecco vedete là su è la villa Croff: vi stan presso le ville Righini e l’Antonelli a destra, due operosi negozianti milanesi che raggranellarono gran fortuna e procacciaronsi questi agî signorili; a sinistra sono la casa e i giardini a cedriere sporgenti sul lago appartenenti ai signori Ruspini e da’ quali si gode di bellissimo panorama. Nella casa di questi signori di Como, fra qualche altro oggetto d’arte è un marmo egregiamente scolpito dal Tantardini di Milano, del quale abbiamo già ammirato in Como altre opere commendevoli.

Scesi a terra, ci si para avanti la chiesa del paese e più su l’altra dedicata a San Giovanni Battista, intorno alla quale è pure una leggenda. Narrasi da que’ pescatori che al tempo delle crociate un arcivescovo tedesco tornando da Palestina ne riportasse un santo chiodo e la gamba d’uno degli Innocenti. Fermatosi a Torno, ebbe sì continuamente contrario il vento, che gli parve riconoscere in ciò la volontà del cielo ch’ivi lasciasse quelle sante reliquie, e le depose infatti nella chiesa suddetta di San Giovanni.