Non erano dunque più gli ammiratori e gli amici di quella illustre alunna di Tersicore che animavano di loro presenza nell’agosto 1868 i freschi recessi della suntuosa villeggiatura; ma sì i vispi figliuoli di mia sorella, a cui era stata locata, ed io che, dopo un’arringa al Tribunale di Como, ero venuto ad abbracciarli, io di fianco alla mia buona Emilia, sorridevo alla bravura di Giulio e di Gigi suoi che maneggiavano il remo, come se fossero nati e cresciuti sempre su quelle sponde e facevano volare il canotto, leggiero come un alcione, sulla quieta faccia del lago.
Avevamo già lasciato addietro quelle ville che al piede di Blevio abbiam passato in rassegna; già sussurrato mentalmente un vale alla memoria del povero figlio dell’Inghilterra[12], che assueto al mare, credette far troppo a sicurtà colle onde del Lario, le quali ogni anno reclamano il tributo di vittime umane; passata innanzi alla villa Taverna ed a Torno; già svolto i giardini dei signori Ruspini che fiancheggiano vagamente Torno; rasentata la villa Matilde dei signori Juva, piccola ma elegante, da cui uscivano note dolcissime di canto, come le sa rendere quella esimia dilettante, che a valore potrebbesi dire artista, che è la signara Matilde Branca, la quale ne è la proprietaria; e quindi la villa dell’ingegnere Canzi architettata sul far de’ palagi di Venezia, con finestre e loggie di terra cotta, come ne è la balaustrata: quattro colpi di remo, ed ecco ci trovammo nel pieno ed austero seno della Pliniana.
— La Pliniana! esclamò Emilia.
Infatti ci riconoscemmo in grado di vederne il fabbricato intero. Un grandioso loggiato d’ordine dorico prospetta il lago e serve di vestibolo al palazzo che si addossa al monte con giardino a varii piani, i quali s’innalzano fino ad una specie di romitaggio, in cui la solitudine profonda e l’isolamento assoluto della villa ispirano gravi, melanconiche o appassionate meditazioni. Un torrente che le sta a lato, dall’altezza di novanta metri balza con bell’effetto dalle roccie e rumoreggia transitando per l’atrio, per confondersi da ultimo colle acque del lago.
— Fu Plinio forse qui ad abitare ed a lasciarvi il suo nome? — mi domandò Antonietta, la mia eccellente e affettuosa nipote.
— No — rispos’io. — Plinio il Giovane lasciò nelle opere sue la descrizione della fontana intermittente, che avrai veduta nella villa e di cui anzi fa cenno la lapide latina che vi avrai scorta, ma non capita, e che qui chiama la curiosità del forastiero; ma la villa non appartenne mai a quell’illustre.
— Ah sì, la fontana che ha il flusso e riflusso come il mare e che è inesauribile.
— Essa ha infatti un’intermittenza; or cresce a ricolmare un bacino, ed ora, ad occhio veggente, scema; ma questo flusso e riflusso non è regolare come quello del mare, nè poi è tutta vera la credenza ch’essa sia inesauribile. Vuolsi inoltre ch’essa abbia relazione col Buco del piombo, che si vede all’opposto versante della montagna che sogguarda il Piano d’Erba, ma non sono che supposizioni codeste.
Ora udite quale spiegazione ne dia il detto Plinio, non già per dirvi che l’abbia azzeccata giusta; ma per darvi un saggio della scienza fisica d’allora: la traduzione dal latino è del Paravia:
“C. Plinio a Licinio.