„Io ti ho recato dalla mia patria il regaluccio di una quistione, la quale è degnissima della profondità del tuo ingegno. Scaturisce da un monte una sorgente, scorre fra sassi, si raccoglie in un loghicciuolo fabbricato per cenarvi; quivi dimorata un tantino, va a perdersi nel lago di Como (in Larium lacum decidit). Mirabile è la sua natura; tre volte al giorno con invariabili aumenti e diminuzioni si alza ed abbassa. Ciò si vede apertamente, nè può vedersi senza un grande diletto. Colà presso tu siedi e mangi, e bevi anche a quella medesima fonte, da che è freschissima; ed essa intanto a certi e misurati intervalli o cala o cresce. Poni all’asciutto un anello o chechessia, l’acqua a poco a poco lo bagna, e tutto finalmente il ricopre, e si scopre di nuovo e bel bello rimane all’asciutto. Se ti fermi ad osservar questo giuoco, il vedrai rinnovarsi e due e tre volte. È forse un qualche occulto vento, che la bocca e le fauci della sorgente or apre, or chiude, secondo che entra cacciando l’acqua, o esce cacciato da questa? Il che noi veggiamo avvenir nei fiaschi e in tutti i vasi di questo genere, i quali non hanno una libera e súbita uscita. Poichè ancor questi, benchè capovolti e inchinati, rattenuti da non so qual vento contrario, ritardano il liquore, il qual non esce in certa guisa che a frequenti singhiozzi! Forse le leggi dell’oceano son le medesime che quelle del fonte? E per la stessa cagione che quello ora s’innalza, or s’abbassa, eziandio questa fonticella con alterna vicenda ora sporge, or s’arresta? O forse come i fiumi, che scaricandosi in mare, sono dagli avversi venti e dall’impeto dell’onda risospinti, evvi qualcosa che ritarda per qualche istante il corso di questo fonte? O hanno gli interni canali un’assegnata misura, per cui, mentre si rimettono le perdute acque, il rivo si fa più scarso e lento, e rimesse che siano, corre più spedito e copioso? Od evvi, non so quale, interno ed occulto recipiente, che quando è vuoto desta e sospinge la fonte, quando è pieno la ritarda e la soffoca? Or tu che il puoi, fa d’investigar le cagioni che producono questo fenomeno. Per me è anche troppo, se ti ho a sufficienza dimostrato com’esso avvenga. Addio[13].„

L’Amoretti invece, nel suo Viaggio da Milano ai tre laghi, dopo aver notato come i movimenti dell’acqua abbiano un’esatta relazione con lo spirare del vento, sì che incominciando su que’ monti a spirare il ponente verso la nona ora del mattino, che quei del lago chiamano la Breva, a quell’ora eziandio incomincia a crescer l’acqua nella fonte; dice questo crescimento potersi generalmente calcolare di tre in quattro ore. Infatti ad un’ora, al Tivano del mattino succede il vento che procede da Como e si denomina la Breva[14]. Simile interviene alla sera. Più cresce il vento, più si alza la fonte; l’aria è affatto placida, e la fonte punto non s’altera. Or come fa egli il vento a produrvi sì fatte cose? L’Amoretti, premesso che in vetta a’ monti soprastanti alla fonte Pliniana v’ha delle caverne o pozzi naturali, che penetrano nel seno del monte e vi mantengono degli interni serbatoi d’acqua, spiega il fenomeno in questo modo: “Siavi in seno del monte uno o più recipienti d’acqua, corrispondenti alle bocche superiori, i quali all’orlo abbiano delle uscite che portano alla Pliniana. Soffiando il vento perpendicolarmente, comprime l’acqua e la spinge all’orlo in maggior copia, e quindi più copiosi sono i canaletti pei quali portasi alla fonte. Quando il vento cessa, l’acqua si rimette a livello, e l’interno laghetto, a cui il monte ne somministra cogli incessanti stillicidi, torna a ricolmarsi d’acqua, che il seguente vento torna a respinger fuori. Ma quando un forte vento ha soffiato lungamente, più d’un giorno sta la fonte senz’alterazione, perchè l’interno recipiente di tropp’acqua è stato privato, e il consueto spazio di tempo non basta a riempirlo nuovamente. Se questa spiegazione non soddisfa pienamente, quella mi sembra almeno che soffra minori difficoltà[15].„

— Ma allora chi fabbricò la Pliniana, se il luogo non fu di Plinio? — chiesero in coro i miei nipoti.

— La è tutta una storia — risposi io.

— Contala, zio; contala.

Giulio e Gigi macchinalmente appena muovevano il loro remo; noi lentamente intanto approssimandoci ognor più al silenzioso palazzo e di pochi tratti discosti dallo scalo della Riviera, sospeso ogni altro movimento, il canotto sostò, ed io m’accinsi a dire la storia che mi veniva domandata.

II.

— Mi bisogna far viaggiare la vostra mente da queste rive a Piacenza, e farvi dar addietro, meglio certo di tre secoli, all’anno 1547.

Pier Luigi Farnese, da non molto creato duca di Piacenza e di Parma da papa Paolo III, teneva stanza in quella città ed era da essa che esercitava la sua tirannica signoria. Se egli avesse virtù alcuna, hanno gli storici taciuto; all’incontro il Varchi ne lasciò orribile pittura de’ suoi difetti, che del resto erano anche proprî del tempo, e il Segni poi, altro storico fiorentino, non so con qual fondamento di verità, ce lo descrisse storpio di mani e di piedi, sicchè bisognava aiutarlo fino al mangiare; e tuttavia rotto a tutti i vizî.

Proprio a que’ giorni Spagna e Francia tenevan l’occhio sul paese nostro, e Carlo V imperatore l’aveva a morte col Farnese, e perchè lo stimava, se non promotore, complice almeno dell’attentato di Gian Luigi del Fiesco contro Genova, e perchè, ciò che più gli cuoceva, scorgesse in lui propensione maggiore per Francia, tanto più che il Pontefice aveva ottenuto a Orazio Farnese per moglie Diana, figlia naturale del re di Francia Enrico II. Riuscì facile pertanto all’imperatore di soffiar dentro gli odî de’ nobili Piacentini, che lamentavano la passata libertà, e la tirannide attuale mal sapevano comportare, e si tramò allora una congiura ch’ebbe a capi Girolamo e Camillo Pallavicino, Agostino Landi, Giovanni Anguissola e Gian Luigi Confalonieri. Si pretese poi da chi si piace di stranezze e di bisticci che i nomi loro fossero già preconizzati nella parola Plac (Placentia), che abbreviata si leggeva impressa nella moneta del Duca.