Ai dieci di settembre di quell’anno 1547, que’ congiurati, con alcuni loro aderenti, in numero di trentasette persone, portanti soppanni armi coperte, côlta l’ora che il Duca avesse pranzato e i suoi ministri fossero pure a tavola, entrarono alla spicciolata nella cittadella, ove dimorava Pier Luigi, nullamente impediti dagli svizzeri che vi stavano a custodia e che di nulla certo erano in sospetto.

Vuolsi che il Farnese fosse stato, per avvisi venuti da Milano e da Roma, prevenuto della trama; ma quando incalza il destino, invano vi si vuole porre ostacolo: egli allora non vi pose attenzione.

Mentre adunque taluni de’ congiurati, uccidendo alcuni labardieri svizzeri e tedeschi, si impodestarono delle porte della cittadella e della sala, Giovanni Anguissola con due fidati suoi compagni penetrò in quest’ultima dove stava Pier Luigi in ragionamenti con Cesare Fogliano, e fattoglisi sopra, con poche pugnalate lo freddò, senza provare resistenza; perocchè il Duca, a causa di sua intemperanza, si fosse reso quasi infermo agli atti.

Il popolo e il capitano delle milizie ducali Alessandro da Terni avrebbero voluto accorrere al parapiglia in fortezza; ma i congiurati ne avevano prevenuto il colpo alzando il ponte, e Agostino Landi, rappresentando al popolo il fatto e a lui mostrando il cadavere di Pier Luigi, gridò Libertà, Libertà, Imperio, ed annunziò l’imminente venuta, per S. M. Cattolica, di don Ferrante Gonzaga, governatore di Milano, colle truppe di Cesare, il quale due giorni dopo infatti capitò e prese possesso della città a nome dell’imperatore.

Così si intendeva la libertà allora in Italia, e così poteva dire di noi con ragione alcun tempo dopo il Filicaia:

Per servir sempre o vincitori o vinti.

III.

Poco frutto veramente raccolse del perpetrato assassinio il conte Giovanni Anguissola. Perocchè, se egli venne a rifugiarsi a Milano sotto le tende di Carlo V, il quale malgrado l’aver attizzato la congiura, non era però meno parente suo per la figliuola Margherita data in moglie ad Ottavio figlio di Pier Luigi, e se fu poi nominato al governo di Como; non egli potè tuttavia far tacere il grido della coscienza che l’accusava assassino, comunque le sue mani si fossero insanguinate del sangue di un tiranno.

Papa Paolo III aveva risentito acerbissimo dolore della uccisione del figliuolo, e il re di Francia egualmente; nè si ritenne dal dissimularne i fieri risentimenti, se lo stesso suo ambasciatore in pieno palazzo a Coira ebbe a tirare all’Anguissola una stoccata, che per altro no’l tolse da questo mondo. Anche il sicario che in abito da frate lungo tempo fu veduto aggirarsi nelle circostanze di Como, aspettando luogo e tempo per iscannarlo, ed altri emissarî, con non dissimili propositi, se non vennero a capo del loro truce mandato, mantennero pur sempre nell’Anguissola quella paura continua e quelle agitazioni che gli dovevano turbar l’esistenza.

Fu allora che nel 1570 egli elesse questo luogo, ove è la fonte da Plinio il Giovane descritta, a edificarvi questa villa, e dove, malgrado le naturali bellezze, la cascata e la magnificenza dell’edifizio, pure è impossibile difendere l’animo da un certo senso di malinconia.