Vollero alcuni derivato il suo nome dall’intelligenza de’ suoi figli, quasi Val d’Intelletto; ma chi nelle carte dell’ottavo secolo la trovò indicata col nome di Intellavi, la volle parola corrotta da Inter lacus, sorgendo essa difatti fra il Lario ed il Ceresio.

Nella guerra decenne, incominciata col 1118 ed ultimata il 1127 fra Milano e Como, e nella quale le terre del Lario si scissero parteggiando per quella o per questa città, questi alpigiani furono utilissimi difensori di Como, e poscia, al tempo della dominazione spagnuola, divennero le loro terre feudo dei Marliani.

Bartolomeo Passerini, curato di Ramponio, terra della Vall’Intelvi, nel 1806, indegnato che Napoleone tradisse la libertà facendosi imperatore, alzò il vessillo della ribellione: lo seguirono gli altri curati di Dizasco e Cerano e seco loro trassero altri generosi; ma privi di armi e d’ogni altro mezzo, pochi gendarmi bastarono a disperderne il manipolo: e carcerati tutti, decapitati i capi, gli altri, dopo breve carcere, rimisero in libertà.

Di sè non diè a parlare la Vall’Intelvi se non nel 1833, quando essa ruminando una sollevazione ad ajutar la Giovine Italia, il governo Austriaco vi mandò il commissario Piccinini ad arrestare un Piazzoli, che si dava per l’anima della cospirazione in quella parte; ma una fucilata stese morto il commissario, il Piazzoli riparò in Isvizzera e ogni cosa fu ultimata.

A maggiori avvenimenti fu teatro invece negli anni 1848 e 1859, quando la causa dell’italiana indipendenza fu intrapresa seriamente; ma a narrarli mi valgo di quanto ne scrisse Gaetano Ferrabini e stampò a beneficio della famiglia di Andrea Brenta, perocchè per essere il Ferrabini mio cognato, non m’è tolto dal ricordarlo come fervente patriota, egli essendo stato animoso volontario nelle fazioni patrie allo Stelvio, dopo d’aver avuto nelle cinque giornate di Milano mutilato più d’un dito della destra mano dalle sciabole poliziesche. Come in quel di congiunto, metto franca la mano e senza scrupoli nel suo sacco[22].

Argegno e la sua vallata singolarmente sono assai memorabili, come dissi, per la loro insurrezione dell’autunno 1848, quando volevasi, rivoluzionando tutta la parte montuosa della Lombardia, ritentare il nostro riscatto.

Quell’ardimentoso rivolgimento, che si potrebbe appellare l’ultimo disperato sforzo della Lombardia per vendicarsi a libertà, perchè già chiusa colla peggio la male augurata campagna combattuta dall’armi sarde contro gli Austriaci colla capitolazione di Milano, fu iniziato in Argegno da Andrea Brenta, nativo di Varenna, ostiere e fornajo di San Fedele d’Intelvi, ove si stabilì fin dal 1833; uomo, che comunque di volgar condizione, era nondimeno distinto per l’ardore di patriottici sentimenti e degno al certo di più vasto ed importante arringo. Disceso costui, poco dopo la metà dell’ottobre, ad Argegno con soli quattro determinati compagni (fra cui piacemi segnalare il prete don Francesco Cavalli, in allora parroco del luogo di Pigra), vi disarmò subito la imperiale gendarmeria, e cacciandosi poi nella vallata, la faceva insorgere tutta quanta.

Que’ gendarmi disarmati si portavano di cheto a Como, ove riferivano l’accaduto al comandante militare di questa città, generale Wimpfen. Il 27 di quel mese, ordinati da costui, giungevano ad Argegno, trasportati dai battelli a vapore, più di 700 Austriaci affin di reprimere quel movimento. — Avviaronsi essi per la strada a destra della valle; ma giunti appena al luogo detto Cavrano, o Crotto del Piazza, poco oltre la chiesa di S. Sisino, dovettero far sosta, perchè salutati da ben nudrita moschetteria dei nostri quivi destramente imboscati, quantunque non fossero questi che in numero di sette. Erano costoro il Brenta medesimo, i quattro suoi compagni, e Bernarda Niceforo e Grandi Andrea detto Botris di Argegno, i quali eransi ad essi aggiunti. — Si impegnò allora uno scambio non interrotto di fucilate, che lasciò credere a quelli di parte avversa che assai più numerosi fossero i sollevati coi quali avevano a fare, e non s’ebbe in quel primo scontro a lamentare dai nostri alcun danno, nè a perdere, ciò che meglio importava, la posizione.

Il mattino del dì susseguente (28), gli Austriaci ripresero primi il fuoco, senza osare, per altro, avanzarsi oltre il summentovato luogo, certo sospettando che l’avvisaglia del giorno innanzi accennasse ad una più estesa partecipazione di tutti i valligiani. — Con molto accorgimento erano i nostri gagliardi qua e là distribuiti, e dietro le macchie degli alberi o gli accidenti del terreno montuoso mascherati; sorprendente era la lestezza che usavano nel ricaricare le bocche da fuoco; ed a tanto pervenne da ultimo il loro ardimento, che il summentovato Andrea Grandi, balzato solo fuor d’una macchia, stringendo sempre il proprio moschetto, simulando che altri molti il seguitassero, li andava ad alta voce chiamando ed eccitando a buttarsi su’ nemici; a tal che questi ne furono sgomentati in guisa che gli fuggirono davanti. E così finalmente procedettero le cose in quel giorno, che verso le due pomeridiane gli Austriaci, i quali già contavano perdite e feriti in buon dato, si trovarono costretti a volger le spalle e discendere precipitosi e nella massima confusione, raccogliendosi a mala pena in Argegno. — Avevano però prima gli infami, seguendo il barbaro loro costume, appiccato il fuoco a ventotto cascinali e a due crotti, di cui uno del Piazza, le rovine del quale veggonsi ancora oggidì.

In Argegno, a rifarsi della vergognosa ritirata, usarono con quei terrieri, senza riguardo a sesso ed età, ogni modo di violenze, mali trattamenti e minaccie; e tolti con loro sette uomini del paese quali ostaggi, nelle persone di Antonio Cresseri, Francesco Peroni, Adriano Balzaretti, Santo Scotti, Giovanni Rigatti, Giovanni Santi ed altro di cui non si ha il nome, s’imbarcarono e si ricondussero a Como.