Di quei sette statichi, i quali non è a dirsi a quali e quanti insulti e tormenti avessero, contro il diritto delle genti, a patire per opera di quei sicarî piuttosto che soldati, basterà rammentare come venissero tenuti per ben due intere giornate colle mani legate al tergo e senza cibo, e non ne fossero poi rimessi liberi che sei; l’altro, il Cresseri, uomo di avanzata età, ammogliato e con figli, essendo barbaramente fucilato in Como a’ 17 novembre di quell’anno, perchè lo si volle ritenere proprietario di una pistola sguernita di acciarino, rinvenuta dietro un muricciolo in Argegno presso cui s’era trovato nel momento del di lui arresto. — In quella stessa occasione che l’infelice Cresseri veniva messo a morte, questi avevasi a compagno di pena un tal De Maestri di Orzinovi, incolpato d’aver donate dodici lire a due giovani di una famiglia ungherese.

Il Comitato della Emigrazione Italiana residente in Lugano, al quale avevano fatto ricapito dal precedente agosto gran parte di coloro che avevano anteposto l’esiglio al ritornare sotto gli artigli dell’Austria, venuto a cognizione di quella sollevazione, nella speranza avesse essa a prendere più vaste proporzioni, decretò sostenerla; e mandò a tale uopo danaro, armi e munizioni, e più di 400 militi, de’ quali il maggior numero disertori dalle bandiere dell’Austria, capitanati una parte dal generale D’Apice, l’altra dal comandante Arcioni.

Nella Chiesa di S. Sisino, posta a breve distanza sopra Argegno, venne istituito un governo insurrezionale per la provincia di Como, il quale assumesse la direzione del movimento e delle operazioni militari; e allora fu che molti altri paesi del lago insorsero del pari, e corsero ad ajutare la insurrezione.

Così provocati in più audace e considerevole modo gli Austriaci, ritornati in grosso corpo, tentarono essi più volte di penetrare nella Valle, non per le vie di Argegno soltanto, sibbene da varie altre direzioni; ma furono sempre e gagliardamente dovunque respinti con gravissimi loro danni, finchè nel giorno 3 novembre, dopo aver sostenuto con quelli del lago un breve fuoco, riuscirono, scortati da due guide di Finanza — Pensa e Melloni — che a loro vergogna van ricordati, a salire per il Bisbino, e avanzandosi a rapida marcia, pervennero poi ad impadronirsi delle vette dei monti che fiancheggiano a sinistra la parte della Vall’Intelvi, la qual si chiama di Schignano, dal paese di tal nome — ciò che non sarebbe stato loro possibile certamente, se il generale D’Apice, che fin dal giorno avanti occupava co’ suoi 200 bravi soldati quelle cime, veduti da lontano gli Austriaci, non avesse fatto retrocedere la sua truppa infino a Schignano. —

È la gente di questo paese assai rimarchevole per islancio, per coraggio e per costanza in tutto che riguarda alla patria libertà: e dove il D’Apice avesse fatto debito assegnamento su di essa, avrebbe indubbiamente trovato nella medesima un validissimo appoggio. Ma egli, riuniti e fatti schierare sulla piazza comunale tutti gli uomini suoi, che sommavano, come si è detto, a meglio di 400, ordinò loro la marcia di ritirata per le gole che transitano al territorio della Svizzera.

Perchè mai questo generale aveva egli lasciato scoperto il passo alla Valle dalla parte del Bisbino?.... Perchè non ha poi riparato a tale mancanza approfittando delle magnifiche posizioni che avrebbe potuto agevolmente tenere con duecento militi valenti come quelli che erano sotto i proprî comandi, ed ardentissimi inoltre di battersi per la libertà d’Italia, e da dove si sarebbe potuto di leggieri, non che impedire al nemico d’inoltrarsi, respingerlo e sbaragliarlo quantunque assai superiore di forze; ed ordinava invece, all’appressarsi degli Austriaci, l’abbandono vigliacco di quel campo senza colpo ferire, lasciando così ai medesimi libera la via a discendere nella insorta vallata, che metteva poi tutta in loro balía ed in preda alle loro vendette?

Operò così il D’Apice per codardia, ovvero per tradimento?.... Non si potè da alcuno asserire se per l’una o per l’altro; soltanto corse voce allora che forti dissidî fossero nati tra lui e il comandante Arcioni: certo è che egli bruttò la sua fama con quel fatto, che ridusse quella nobile insurrezione alle proporzioni d’una inutile fazione, che valse a nuovo pretesto alla bestiale ferocia dei nostri oppressori.

Perdurando nella lotta con tanto vigore ed entusiasmo fino allora sostenuta, ed alla quale avevan già presa parte energica molti altri paesi del lago, è a credersi che, caldi com’erano tuttavia in quei giorni gli animi lombardi, si sarebbe tradotta in fatto la idea preconcetta di redimere nuovamente colla rivoluzione la Lombardia. Perocchè, alimentata la sollevazione e mantenuto inviolabile quel centro d’opposizione per alcuni mesi ancora, avrebbe di non poco contribuito alla campagna che si aprì nel marzo del successivo anno; e divergendo parte delle forze nemiche e costituendo un nucleo importante, sarebbe stato un freno ai tradimenti che disonestarono in quell’epoca il nome italiano e la nostra causa, ed un eccitamento a non vederla finita nella giornata infelice di Novara.

I pochi dei nostri, quelli cioè di Argegno e della vallata cui s’erano collegati alcuni Ungheresi disertori dell’Austria, trovatisi soli nel vasto campo, distesisi in catena pel monte S. Bernardo, sperarono un momento, dandosi a molestare il nemico che loro stava di fronte, di potersi ancora sostenere. Ma dopo poche ore di accanito combattimento, scarsi troppo di numero, privi di chi sapesse con valentia dirigerli, difettosi affatto di viveri e disperando soccorsi, cessarono, ma onoratamente, dal loro gagliardo e generoso proposito.

Gli Austriaci, cui erano toccate nei diversi fatti di quella rivoluzione considerevoli perdite, baldanzosi di trovarsi finalmente — senza alcun loro merito — padroni di quei luoghi, si diedero a fare stragi e mal governo.