Il Casino, detto dei Signori, posto sulla cresta della montagna alla destra di Schignano e che dà alla Svizzera, fu da loro saccheggiato: la povera osteria del Brenta, noto ad essi per il promotore di quella sollevazione, soqquadrarono tutta quanta e poi diedero alle fiamme, sì che fu tolta alla diserta famiglia di lui, che s’era di là involata e ramingava altrove, la speranza perfino del ritorno: fucilarono un tal Domenico Ceresa detto Tardett di Schignano, che tentava sottrarre alla loro rapacità i proprî armenti, ed un Ungherese che, diretto alla Svizzera, si era per quelle vie smarrito.

La insurrezione per tal guisa soffocata, ebbero la Valle Intelvi ed Argegno a deplorare in seguito, oltre ad enormi contribuzioni, la carcerazione e la morte di parecchi individui che furono dei più risoluti, il cui arresto avvenne nella festa di Pasqua del 1849 in una osteria di Casasco, chiamata del Foino, dove i medesimi trovavansi tuttora armati; e ciò in seguito a delazione fatta dalla Gendarmeria di Castiglione di Intelvi all’I. R. Comando Militare di Como. — Costoro erano: Andrea Brenta, Giuseppe Manzoni, detto Rossin, un disertore ungherese, Giovanni Pizzala, Niceforo e Luigi Bernarda, uno svizzero ed un varesotto.

Meno i primi tre, che furono fucilati nel sesto giorno dopo la suddetta Pasqua, cioè a mezzo l’aprile (14), gli altri ottennero poi la libertà, perchè s’avesse anche il dovere di proclamare l’austriaca clemenza. Taluni di questi ultimi per altro, onde assicurarsi della vita, dovettero tosto emigrare, conscî che l’Austria non perdona e non oblía.

Brenta, il caldo patriota, l’iniziatore di quell’insurrezione, andò incontro alla morte da coraggioso ed intrepido, siccome aveva vissuto. Egli contava soli 37 anni. Sul luogo del supplizio, che fu il piano della Camerlata, stringendo la croce, simbolo del comune riscatto, rivolse al popolo efficaci parole di fede sulla redenzione della patria nostra, e moriva, come muoiono gli eroi, ricusando aver bendati gli occhi, poichè il morir per la patria non l’atterriva, e gridando: Viva Italia! Lo stesso ufficiale austriaco, che dovette comandare di far fuoco sopra di lui, fu talmente commosso da cotanto patriottismo ed intrepidezza, ch’ebbe a dire, che se gli fosse stato possibile, avrebbe voluto ad ogni costo salvar la vita di quel magnanimo. — Mentre veniva tradotto al luogo della esecuzione, al Giuseppe Manzoni che doveva subir l’egual pena e che si lamentava di dover per quel modo morire, così francamente parlava il Brenta: Taci, e tienti contento, chè anche tu hai fatta la tua parte!

Queste prove d’eroismo si rinnovarono fortunatamente spesso tra noi in questi ultimi anni di lotta; e si vorrebbe che a perpetua memoria si scolpissero i nomi e i fasti gloriosi in marmorei monumenti, e che il paese non fosse così trascurato, siccome si mostra, della povera condizione delle famiglie de’ suoi martiri. Chi finora ha pensato a quella, per esempio, numerosa del Brenta? — Egli lasciava nella desolazione e nella miseria la moglie e nove teneri figli, che ancora attendono che la patria paghi inverso di essi il debito della riconoscenza.

Ridotta la Valle Intelvi ed Argegno al silenzio, gittati nella costernazione per la morte di tanti suoi valorosi, non si diedero i loro abitatori a vigliacco avvilimento; ma chiusi nelle più generose aspirazioni, tenendo l’occhio alla capitale d’onde muovevano quotidianamente esempî di ostinata opposizione contra l’austriaco governo, stettero aspettando che suonasse nuovamente l’ora della riscossa. Impazienti per altro taluni de’ sunnominati, fra cui l’Andrea Grandi e un de’ Bernarda, nell’atto che dalla Svizzera, nell’anno 1854, stavano riportando alle loro case le armi che avean ricevuto dal partito d’azione in Lugano, venivano arrestati e tradotti nelle segrete di Mantova, da dove, dopo la tortura inquisitoria di quei famigerati che furono Sanchez e Pichler, uscirono condannati agli ergastoli di Padova, da cui vennero liberati dall’amnistia del 1857, prima conseguenza del congresso di Plombières.

Dieci anni durò la dolorosa prova e l’aspettazione degli animi: spuntò finalmente il 1859.

Voci di guerra, mosse primamente dalle sponde della Senna, corsero presto anche le rive del Lario: il tempo della rivincita si appressava, quello dell’espiazione per l’Austria era imminente.

Non tardò essa a scoppiare: noi tutti salutammo felici e benedicemmo la terribile distruggitrice dell’uman genere, la grande sventura dei popoli, la guerra: era essa l’unico mezzo onde porre fine alla sventura ancora più grande e deplorabile, la oppressione straniera.

Sul principiar della guerra di quell’anno, Argegno, fra i più ardenti paesi di Lombardia, fremeva attendendo il momento propizio di infrangere alla sua volta, e per sempre, il giogo della schiavitù.