Ma il vento ha sbattute le fragili imbarcazioni verso l’opposto lido, e giunte presso il Buco dei Carpi, qui dentro traggonle i rematori a riparo dalla bufera, attendendo ne passi la furia. Quivi nuova scena d’amore e di strazio. La Teresa coglie un ciclamino, che sbucciava tra i crepacci della grotta, e il porge al suo Peppino a memoria sua. Il vento si è alquanto calmato, il lago può ritentarsi di nuovo; i due amanti si abbracciano e baciano tra le lagrime e si son detti addio. Esce prima la barca che si dirizza col coscritta a Como, poi l’altra della Teresa. Si riguardano mestamente finchè lo possono, poi ognuno se ne va. La Teresa, di ritorno a casa, trova la madre del suo fidanzato affranta dal colpo che le è toccato d’esser priva del figlio, indi a pochi giorni se ne muore. La Teresa vive da allora nel corrotto e nel duolo, e sola consolazione è al suo cuore visitare talvolta il Buco de’ Carpi, testimonio de’ suoi estremi saluti al suo Peppino, e vi ci va anche soletta una volta almeno la settimana a nutricarvi il cespo de’ ciclamini da cui avea spiccato quello ch’ella aveva dato al suo povero amico. Ma ella pure deperiva in salute. Un venerdì dell’aprile, anniversario della partenza del suo Peppino, essa, giusta il consueto, si avviava al Buco de’ Carpi: il lago era tranquillo, era l’ora del vespro, e un pensiero di tristezza, un malore che provava, la sconsigliavano alla gita; ma l’idea che non andarvi sembrasse cosa di poco amore alla memoria del suo caro, la prosegue inesorabile. Essa dunque solca le onde col suo burchio, traversa il lago, vi è presso, è sull’orlo della grotta, già la prua vi penetra; quand’ecco un uccellaccio con rumoroso e largo sparnazzare d’ali, vi sbuca improvviso, rasenta la fronte della Teresa,
Scappand giò per el lagh alla distesa.
La povera tosa, per lo spavento dell’inatteso augello, si china onde schivarlo; il battello a quel suo movimento urta nel masso e si torce, ella perde l’equilibrio per la scossa, rovescia fuor dello stesso, gitta uno strido e giù va sotto l’onda. Due volte parve venisse ella respinta sulla superficie, e due volte risospinta giù, finchè l’onda si chiuse per sempre su di lei.
I parenti più non la vedendo ritornare, andavano in cerca di lei, e dopo lungo affannarsi, trovarono il burchio vuoto, che dondolava a discrezione dell’onde, ma nulla di lei, per quanto la chiamassero altamente a voce. Solo due mesi dopo, un pescatore, ritirando le reti, ne raccolse la inanimata spoglia. Narra il poeta, che lo scheletro dell’infelice fanciulla stia ora nell’ossario di Lenno presso alla chiesa e vi appaja ginocchione; che il soldato reduce dalla Russia, quando credeva aver cessato di soffrire, ebbe il più fiero martirio, ritrovando morta e la madre e l’amante; sicchè non volesse più vivere che mesto e sconsolato nella memoria de’ suoi poveri morti.
Proseguiamo ora l’escursione nostra.
Oltrepassati i Sassi Grosgalli, si presenta la villa Besana e ritorna da questo lato pienamente ridente il golfo. Perocchè a breve tratto si schiera il paese di S. Giovanni colle belle ville dei Crivelli, ora Ciceri, e de’ Trotti; quest’ultima di stile fra il bizantino e il lombardo; succeduta poi da quella del nobile Poldi-Pezzoli, che prima era dei Taverna, più grandiosa e rinnovata da quell’abile architetto che è il milanese Balzaretti, al quale si debbono i nuovi giardini pubblici della sua città, e non poche architetture civili, fra cui ne primeggia la recentissima, appena ultimata, della Cassa di Risparmio in via Monte di Pietà. La casa qui, o piuttosto palazzo del nobile Poldi, si costituisce di tre corpi legati insieme da due eleganti terrazzi; il giardino poi è ricco di piante straniere, tra cui la canna di zucchero, il sovero, la canfora, l’olea fragrans e boschetti di magnolie che profuman l’aere tutt’all’intorno.
Poi v’è una villa Luppia, e da ultimo si chiude a San Giovanni colla più superba villeggiatura del duca Melzi, che mi reclama maggiori parole.
Francesco Melzi D’Eril, che fu vicepresidente della repubblica italiana e poi duca di Lodi, l’edificò al principiare del secolo su disegno di quell’esimio artista che fu Giocondo Albertolli, del quale io già dettai le memorie biografiche e artistiche nel giornale dell’Ingegnere-Architetto del Saldini di Milano. Come quegli che ridusse alla sua castigatezza l’arte ornamentale, l’Albertolli vi portò semplicità di linee architettoniche, ma ad un tempo armoniche e di gusto. Il proprietario poi l’arricchì internamente d’ogni maniera d’opera d’arte. A memoria di quel suo antenato, Francesco Melzi, che fu allievo di Leonardo ed erede dello studio di lui, volle il duca che il pittore Giuseppe Bossi in quattro sopraporte monocromatiche dipingesse quattro episodî del sommo Leonardo, e l’opera riuscì egregia. Nell’un disegno vedesi Leonardo che insegna al Melzi il disegno: nel secondo, il gran maestro, che recinto da’ suoi scolari sta pingendo il proprio ritratto; nel terzo, la scena in cui lascia erede il Melzi; nel quarto, il Melzi che insegna nella scuola eredata da quel grande. — In altre sale ammiransi dipinti dello stesso Bossi, di Appiani, di Migliara e di Sanquirico; le statue, il Davide del Fraccaroli, l’Esmeralda, il busto somigliantissimo di Giocondo Albertolli, e copie de’ famosi capolavori antichi, il Laocoonte e la Cerere, e i busti di quattro imperatori romani e di Letizia e Giuseppina Bonaparte; oltre affreschi pregevolissimi di quel famoso prospettico che fu il sunnominato Sanquirico, per non dire d’opere di altri minori. Nella cappella mortuaria, pur disegno dell’Albertolli, e in cui riposano le ceneri del duca, vedesi l’avello lavorato da Vittorio Nesti; il Salvatore, scultura del Comolli e un bellissimo cartone del Bossi.
Ma se è degno di osservazione il palazzo, non ne son meno i giardini, cui presta la natura del suolo, che è un colle, la cui cima sovraggiudica il busto d’Alfieri. Il marmoreo gruppo di Dante e Beatrice, sculto dal suddetto Comolli, è nel mezzo del viale che costeggia il lago; se poi l’economia dell’opera me lo concedesse, darei un mezzo trattato di botanica nel descrivere i fiori, le erbe, le piante che li decorano in tanta copia da essere eziandio altrettanti vivai per altre ville.
Ma altre cose degnissime abbiamo a vedere in questa nostra escursione: affrettiamoci dunque alla vicina borgata di Bellagio.