Oltre San Giovanni e i giardini della villa Melzi, è Bellagio, che gli etimologi fanno derivare da Bilacus, come a dire fra i due laghi, non altrimenti che in Isvizzera per la stessa ragione vi è Interlaken, perchè infatti Bellagio siede sulla punta d’un promontorio, che i paesani appellano Colunga, appunto perchè quasi una lingua di terra il cui capo si prolunghi nel pelago, dove il Lario che vien da Colico si divide in due rami, l’uno quello che già conosciamo e che va a Como, e l’altro che discende a Lecco. Una tale situazione dà a Bellagio una particolare vaghezza, nè per essa, nè per le magnifiche ville onde è lieto e che gli fan corona, e diciamo anche per i due ottimi alberghi, non vi ha persona che tragga alla Tremezzina, senza che ne traversi il lago e venga a vedere Bellagio. Tutta questa plaga può contenderla in bellezze di natura a quelle meraviglie cantate da’ poeti e levate a cielo da’ forestieri, che sono Posilippo e Mergellina, Portici e Sorrento.
Voi vedete allora di che buon gusto dovesse essere Cajo Plinio Cecilio Secondo, detto il Giovane, nello eleggersi proprio la cima di questa scogliera che sta a capo del promontorio per erigervi la sua villa che, a riscontro di quella che nomò Commedia e che ricordammo a Villa presso a Lenno, come attesta il Giovio, o sul basso lido presso Varenna, come vorrebbe il Boldoni, appellò Tragedia.
Più tardi, ne’ tempi di mezzo, come le altre terre del lago si facevano irte di fortilizî e torri, arnesi di guerra giovati spesso a contenere le rapine degli Elvezî che facevano frequenti scorrerie, ma ben anco a mantener vive le lotte fraterne e massime contro Como; anche Bellagio ebbe il suo forte castello, riparo di facinorosi e banditi, il quale venne poi fatto smantellare da Galeazzo Visconti nel 1375. Risiedeva allora in Bellagio un capitano del lago, e convien dire che vi facesse capo ogni terra del Lario, se i cattivi debitori di Cernobbio ve li abbiamo veduti cacciati nelle carceri di Bellagio, dove i loro compaesani vennero a trarneli colla forza al tempo di Filippo Visconti, come narrai quando dissi di quei paesi del primo bacino.
Ogni traccia di efferatezza sparve dal colle di Bellagio qualche tempo dopo, quando un Marchesino Stanga, favorito di Lodovico il Moro, vi edificò una splendidissima villa. Ma non era appena compiuta, che que’ della Val Cavargna, a vendicar non so qual torto, vennero furibondi e la misero a ferro ed a fuoco.
Ercole Sfondrati, duca di Monte Marciano, nipote di papa Gregorio XIV e capitano suo nella spedizione che fece in ajuto della lega e contro il Bearnese, dopo le battaglie, avuto a sè infeudato il borgo, riparò su questo colle e vi rialzò la villa e riordinò i giardini, piantandovi lecci, quercie, allori, cipressi e pini, che pur esistono in gran parte, e vi eresse qui e qua sacre cappelle, che or non si veggono più.
E un edificio esisteva pure verso il lato del ramo del lago che sporge a Lecco e che dicevasi la Sfondrata; e qui la tradizione del paese rammenta una di quelle infami memorie di dissolutezza e di crudeltà, onde in Francia andò tristamente famosa la Torre de Nesle, e in Italia si ricordano i trabocchetti di Castel dell’Ovo di Giovanna I regina di Napoli, e che io brevemente riassumo.
Una Contessa di Borgomanero, forse legata per parentela agli Sfondrati, e qui dimorata per qualche tempo, abbandonandosi a osceni amori, vuolsi che facesse pei trabocchetti precipitar giù per le acute balze della scogliera che sta a picco del lago i mal capitati suoi amatori d’una notte, a ciò forse non ripetessero intorno le sue brutte lascivie, e fors’anco troppo presto desiderevole del nuovo; ma di più non se ne sa dire, e certo allude a questa tradizione la poesia scritta da signora che da un album dell’albergo della Cadenabbia trascrisse Cesare Cantù, diligentissimo indagatore d’ogni particolarità del lago, nella seguente terzina:
O ti piacesse più, solcando l’acque,
Veder le balze dell’opposto lido,
Ove talor precipitato giacque