Ho detto frequenti le eruzioni del Vesuvio e qui, toccando appena di quegli incendj che qualche scrittore avvisa avvenuti molti secoli prima della presa di Troja, e di quell’altro ch’ebbe luogo, secondo Aurelio Alessio Pelliccia[16], dopo l’eruzione della Solfatara, negli anni 1000 avanti l’Era Volgare, e da cui egli opina abbia avuto origine il territorio Nolano, Sarnese e Nocerino, mi piace citare, poichè mi cade in taglio, un brano di Diodoro Siculo, il qual viveva al tempo d’Augusto, spiccandolo al libro quinto delle Antiquitates Historicæ, acciò sia prova che le eruzioni di questo Monte risalgono nella antichità sino ai tempi favolosi. Perocchè insino al secolo scorso i più dotti uomini di lettere, copiandosi l’un l’altro, avessero ripetuto che la prima eruzione del Vesuvio quella fosse stata in cui era seguìta la morte di Cajo Plinio Secondo il vecchio; errore codesto che divise altresì quel padre Della Torre, che pure una dotta dissertazione lasciò scritta nell’argomento:

«Hercules deinde a Tiberi profectus, per littus Italiæ ad Cumæum venit Campum: in quo tradunt fuisse homines admodum fortes et ob eorum scelera Gigantes appellatos. Campus quoque ipse, dictus Phlegræus, a colle qui olim plurimum ignis instar Æthnæ Siculi evomens, nunc Vesuvius vocatur, multa servans ignis antiqui vestigia[17]

La presenza in questi luoghi di Ercole, ai quali egli recava, giusta la storia, la fiaccola della civiltà, fu segnalata a’ posteri eziandio dalla fondazione di quella illustre ed infelice città che da lui tolse gli auspicj ed il nome, e però fu chiamata Ercolano. Ivi ebbe l’invitto semidio e culto ed altare dai grati abitatori e da quanti, come Giulio Cesare e i Fabii, rapiti dalla superba leggiadria del luogo, vi eressero ville e palagi, infino al nefastissimo giorno in cui la travolsero prima i tremuoti e poi le lave irruenti senza posa del Vulcano che le incombeva, e fu quel giorno — secondo la fede dei più — che non dissimile sorte toccava a Pompei, a Stabia e ad altri borghi minori.

E dissi fosse il medesimo giorno, cioè il nono delle calende di dicembre (23 novembre) dell’anno 79 di Cristo; abbenchè non manchino argomenti a credere che Ercolano non venisse sepolta che anni dopo, se Plinio il giovane nelle due lettere in cui narra a Tacito l’eccidio pompejano, e che in altro capitolo riferirò, non fa menzione che ad Ercolano arrivasse la sventura medesima, e se Lucio Floro vent’anni dopo parlasse ancora di Ercolano come di città tuttavia sussistente. Dell’autorità di Seneca non m’avvaloro io qui a sostegno di tale congettura, come qualcuno ebbe a fare, perocchè non ignorasi come quello scrittore fosse morto molt’anni prima del 79.

Io non ho a scopo di sollevare e discutere questioni storiche ed archeologiche, nè mi vorrei misurare con chicchessia che altri studj ed altro tempo mi occorrerebbero: noterò quindi ora solo che se Ercolano e Pompei toccavano a un tempo stesso la tomba, quasi a un tempo stesso del pari gittavano il primo lembo del pesante coperchio, a mezzo il secolo scorso.

Fu a mezzo del quarto secolo di Roma che alle falde del Vesuvio si trovarono fronte a fronte tutti i popoli dell’Italia centrale, quando i Romani, a sventare le cospirazioni del Lazio a danno della loro sicurtà, sospinsero Marsi e Peligni contro ai pingui Campani, e fu quella, dice il Cantù[18], guerra feroce come le fraterne, segnata da ricordi della severità dei patrizj conservatori e dagli avanzi delle truci religioni pelasghe. Ma su di ciò sorvolo adesso, chè m’avverrà di ritornarvi nel capitolo seguente.

È a questo punto che a ricordar altro fatto famoso, il quale si lega ai fasti vesuviani, debbo registrare altro combattimento che vi ebbe luogo e fu glorioso a Spartaco, il trace gladiatore.

Era l’anno 682 dalla fondazione di Roma.

Rinchiuso quel gagliardo con altri gladiatori schiavi nel ludo di Lentulo Batiato in Capua, secondo narra Plutarco[19], stanco omai dell’iniquissimo costume che sè e i compagni condannava a duellare nel circo, a spettacolo di tristi padroni e di stolta plebe, a farla finita con quella degradazione, aveva spezzata la catena della servitù e vendicato si era a libertà. Un carnajo aveva costato a Capua quella sollevazione di schiavi e uscitone libero, a capo di settantaquattro rivoltosi al pari di sè determinati, erasi ritratto su per i balzi del monte Vesuvio. Quivi lo accerchiava e incalzava Clodio Glabro alla testa di tremila soldati, e così costui l’ebbe ridotto al sottile, sospingendolo fino alla aspera sommità, che una sola escita vi fosse e quella guardasse egli e i militi suoi, onde ogni adito precluso, si credesse omai certo d’averlo agevolmente nelle mani. Ma Spartaco ricorse allora ad astuto espediente. Aveva in buon numero raccolti i tralci delle viti selvatiche di lambrusco che inghirlandavan la montagna e quelli a vimini attorcigliati siccome corde, li accomandò forte ai crepacci delle rocce, e per tal guisa, egli ed i suoi scivolando per essi lungo i precipizj, potè inavvertito calare alla pianura, da dove poi soprarrivando alle spalle delle milizie pretoriane così le ruppe e sbaragliò da maravigliare ognuno e d’assodare di tal forma la propria fortuna e comparir quasi subito di fronte alle legioni romane con diecimila combattenti e poscia con centomila, e da far paventare per lungo tempo Roma, la possente Roma, di sua salute. La guerra degli schiavi, servile bellum, da lui iniziata, e che fu chiamata seconda, perchè altra sollevazione dei servi erasi molt’anni prima combattuta, occupò seriamente assai la Republica, molte pagine interessanti vi consacrò a buon diritto la storia.

Tace questa del formidabile monte per il corso di cencinquant’anni; ma innanzi ad esso ci guida il primo anno d’impero di Tito Vespasiano, per farci assistere al più crudele e spaventoso spettacolo; ond’io riprendo il filo dell’interrotto argomento.