L’anno 79 dopo l’Era Volgare, avvenne quella formidabile eruzione che Taurania e Oplonte, Retina ed Ercolano, Pompei e Stabia desolò e seppellì, e della quale recherò in un capitolo venturo la miseranda istoria, e le vie stesse di Ercolano e di Pompei discoperte, e le costruzioni loro, in cui tanto entrano i graniti usciti liquidi dalla bocca del vicino vulcano, ne chiariscono de’ precedenti commovimenti, a scaltrire dell’errore coloro che, come dissi, pretesero datar le furie vesuviane da solo quest’anno. Altri molti seguirono di poi, quelli più memorandi assegnandosi agli anni 203, 472, 512, 685, 993, 1036, 1049, 1138, 1139, 1308, 1500, 1557, 1538, 1631, 1632, 1660, 1682, 1694, 1701, 1704, 1712, 1717, 1730, 1737, 1751, 1754, 1755 a cui s’arresta l’enumerazione che ne fece il padre Della Torre.
Fu avvertito come importante pel riguardo geologico quello del 1036, perchè fosse il primo, che secondo i ricordi storici, mandasse la lava liquida dal nuovo cono, avendosi anzi ragioni per credere ch’essa fosse giunta infino al mare.
Uno straordinario fenomeno vulcanico rammenta nella sua Descrizione del Vesuvio l’inglese Logan Lobley, avvenuto nel 1538. «Negli ultimi tre giorni del settembre, dice egli, scorsi il Monte Nuovo, fra Barà e Pozzuoli. Questa collina è alta circa quattrocento piedi e contiene un vero cratere, quasi tanto profondo quanto è alto il monte. La formazione del Monte Nuovo è degna di particolare attenzione perchè offre una spiegazione probabile del modo con cui la parte più bassa del Vesuvio venne formata in origine, perchè dacchè vi ha una prova evidente che il Monte Nuovo è un cratere di eruzione, non sembra siavi molta inverosimiglianza nella nostra supposizione che il grande complesso del Vesuvio, come pure tante altre cime composte di materia vulcanica, abbiano avuto una cosiffatta origine.»
E di parecchi altri di essi commovimenti mi vennero alle mani non inopportune notizie, desunte le une dal Giornale dei letterati dell’abate Nazari[20], le altre da un interessante manoscritto esistente presso il signor Camillo Minieri Biccio dal titolo Historie Prodigiose. Nelle prime si attesta a quanta distanza venissero spinte le ceneri vesuviane nell’eruzione del 1631 e in quale quantità, onde non sia a maravigliare che potesse essere stata dalle medesime ravvolta e sepolta nel 79 Pompei; e nelle seconde l’eruzione del 1632 verrebbe segnalata come la più terribile e disastrosa, dopo quella dello stesso 79. Io vi spicco pertanto quel tratto da entrambi che ne porge i meglio importanti particolari.
«Il 6 dicembre 1631, dice il giornale del Nazari, riferendo una lettera del capitano Willelm Badily, essendo egli nel golfo di Volo (Macedonia) sopra l’àncora, la notte intorno alle dieci ore dell’orologio, cominciò a piovere rena e cenere, e continuò sino alle due ore della mattina seguente. Era intorno a due diti alta sopra il tavolato in modo che la gittarono fuora con pale, e come fecero la neve il giorno avanti, ne portarono in Inghilterra una buona quantità e ne diedero a diversi amici.» Antonio Bullfon[21] del resto affermò che in molti luoghi d’Italia e sino a due sole giornate da Costantinopoli, furono portate le ceneri, e fuori della voragine furono balzati per aria sassi, di peso intorno a cinquecento cantara, e taluno portato dodici miglia lontano dal monte per la violenza dell’impeto che lo spingeva assai più che una bomba non sia dalla polvere trasportata.
Secondo il detto scrittore inglese in questa catastrofe sarebbero perite non meno di diciottomila persone; ma forse una tanta rovina non si avverò che nell’anno dopo. Infatti ecco quanto è nel manoscritto del signor Minieri Riccio circa l’incendio avvenuto nell’anno susseguente.
«Ma che si dirà della spaventevole apertura che fece detto monte (il Vesuvio) l’anno 1632 intorno alle feste di Natale, il quale si aperse con tanti truoni et tanta quantità di ceneri, ciò che fu cosa compassionevole con la perdita di molte migliaja di persone et molti animali. Ruinò molte terre allo intorno come la Torre del Greco, la Torre dell’Annunziata, Massa, Somma, Sant’Anastasio, Ottajano, et altre terre allo intorno di detto monte con la lava grandissima di ceneri ardenti et acqua bollente che produceva detto monte, giettava pietre dalla sua vacua apertura della grandezza della pietra di molino, et si fece la apertura di quattro miglia di rotondità.»
Nella eruzione del 1737 vuolsi che scaturisse un ruscello di lava che conteneva oltre a 33,000,000 piedi di lava. Sir Carlo Lyell ne’ suoi Principles of Geology, allude alla lava di questa eruzione quando dice che si può osservarla presso Torre del Greco, ove ha una struttura a colonne.
Le eruzioni del 1766, 1767 e 1770 sono state geograficamente descritte da sir William Hamilton nelle sue Lettere alla Società Reale e massime dell’ultima reca curiose particolarità.
Quando avvenne il famoso terremoto delle Calabrie nel 1783, scrive l’illustre L. Palmieri, — cui si devono le più dotte elucubrazioni intorno ai fenomeni di questo vulcano e il trovato del sismografo che ne previene de’ medesimi —, esso finì con la grande eruzione dell’Etna dello stesso anno, seguita dal lungo eruttare del Vesuvio fino al 1788. Senza ricordarne altre eruzioni intermedie, quantunque terribile fosse quella del 1793 che durò dal febbrajo fino alla metà di giugno dell’anno susseguente, in cui secondo i calcoli di Breislak sarebbersi eruttati 46,098,766 piedi cubi di lava; quella non dimenticherò accaduta nel dicembre 1861, che tanto danno recò a Torre del Greco, perchè essa porse occasione a bell’esempio di patria carità, pel concorso di tutta Italia a temperarne la sciagura a quegli sgraziati terrieri. Il generoso fatto viene ai posteri rammentato da un’iscrizione dettata da V. Fornari, e scolpita in Torre del Greco stessa, la quale godo di riportare: