SARÀ PERPETUA LA GRATITUDINE
DI QUESTI ABITANTI
VERSO I FRATELLI DI TUTTA L’ITALIA
NE’ QUALI FU TANTO VIVA LA CARITÀ
DELLA COMUNE PATRIA
RECENTEMENTE UNITA
MDCCCLXI
UN CROLLO DEL SOPRASTANTE VESUVIO
RUINÒ QUANTO ERA MURATO
ACCORSERO DA OGNI PARTE
CON AJUTI SÌ GENEROSI
CHE NE FURONO ALLEVIATE LE MISERIE PRESENTI
E NE AVANZÒ DA FONDARE
UN ASILO D’INFANZIA
E IL RICOVERO PER DUE ORFANI.
Quasi continue arsioni vesuviane si vennero succedendo dal febbrajo 1865 fino al mese di maggio del 1868.
L’ultima fase della lunga attività del Vulcano, colla quale ha devastata la più amena e fertile contrada che ancor esisteva alle falde del monte, denominata delle Novelle, venne percorsa nel novembre di quello stesso anno 1868. Ad ammirarne i più formidabili fenomeni trassero a migliaja da ogni dove le genti, ed io, per la prossimità dell’epoca, sono eccitato a qui riprodurre quelle notizie che il sullodato signor Palmieri ha mandate per la stampa in una strenna apparsa il passato anno in Napoli, dal titolo appunto Il Vesuvio, edita a pro dei danneggiati dall’eruzione, e nella quale ebbi l’onore di essere collaboratore.
«Nel dì 15 del passato mese di novembre, scrive egli, il cono vesuviano mostrò dal lato di settentrione una linea di fumarole dalla cima alla base, e tosto alcune di queste si trasformarono in vere bocche di eruzione. Era quello il segno di una fenditura avvenuta, e quindi del cominciamento di una forte conflagrazione con la quale doveva fluire la lunga serie delle piccole eruzioni centrali che durava sino dal 1865.
«E veramente le lave apparvero ben presto copiose per tre fenditure alla base del cono, sulle quali si formarono tre serie di coni effimeri, i quali indicavano che la fenditura di eruzione partendo unica dalla cima del cono si tripartiva alla base. Questi coni mostravano una grande attività, imperciocchè con molto fumo cinereo gettavano in alto materie incandescenti, ed in mille guise strepitavano. Tre fiumi di fuoco con le loro sponde di scorie si vedevano scorrere nell’Atrio del cavallo, i quali precipitandosi per varie cascate nel fosso della Vetrana lo ricoprivano fino alle sponde ove ardevano alberi di querce e di castagni. Percorsa questa valle, che passa sotto le mura dell’Osservatorio, queste lave cadevano con nuove cascate di fuoco nel sottoposto burrone con grave spavento degli abitanti di Massa e di San Sebastiano, i quali ricordavano che le lave del 1855, venendo per la stessa via, aveano sepolta una parte delle loro case e delle loro vigne. Ma l’ignito torrente invece di spingersi innanzi pel Fosso di Faraone, si volge a sinistra sotto la coda di Apicella, dove nel 1855 erasi versato un rivolo di lava, ed invade furioso le campagne sottoposte accennando a San Giorgio. Nell’amena e fertile contrada detta delle Novelle per vini e per frutta molto rinomata, eravi una quantità di case coloniche ed abitazioni campestri con una piccola chiesa dedicata a San Michele; la maggior parte di questi edifizj furono coperti dal fuoco, e noi vedemmo le solite scene dolorose della gente che fuggiva trasportando chi il letto, chi la marra e la scure e chi cercava di mettere in salvo le botti col vino non ancora venduto. Fortuna volle che dopo sette giorni le lave dall’alto prontamente scemarono, e quindi il fronte minaccioso si fermò prima di giungere a San Giorgio cui erasi approssimato. La sera del dì 26 si videro gli ultimi residui di quel fuoco presso l’Osservatorio, ed il dì 27 un maestoso pino si appalesò sulla cima del Vesuvio[22]. Mentre le lave sgorgavano dalla base del cono, la cima di questo non solo non si quetò, ma mostrò anch’essa un’attività più considerevole senza dare per altro alcun rivolo di lava. Questa usciva solo dai coni surti nell’Atrio del cavallo.
«Il segnale della diminuzione dell’incendio fu la gran copia di cenere che dalla cima del monte fu menata in aria insieme col fumo nei giorni 20 e 21, e la sera alcune folgori si vedevano solcare quel pino, che maestoso e tetro si elevava dalla bocca centrale del Vesuvio. Ebbi occasione di ripetere i miei studj e di rifermare le mie scoperte sulla elettricità del fumo e della cenere. Finito l’incendio sono entrato nei coni di eruzione, ho raccolte le svariate sublimazioni, dalle quali sono rimasti vagamente tappezzati, ed ho raccolto eziandio molti prodotti dalle fumarole. Ora sto facendo le analisi chimiche, i cui risultamenti saranno comunicati all’Academia insieme ad altre indagini scientifiche da me istituite.
«Dico solo che in dieci giorni uscirono dalle bocche di eruzione oltre a sei milioni di metri cubici di lava, la quale presso i coni nel tempo di massima attività aveva una velocità di 180 metri a minuto primo. Il danno arrecato ascende a circa mezzo milione di lire.»
Ecco adunque come il Vesuvio, ministro di rovina e di morte, possa esserlo altresì, come più sopra avvertivo, di ricchezza e fortuna alle circostanti popolazioni: perocchè cui tocchi tanto materiale, convertibile in uso di fabbriche e di selciature, equivalga ad una fortuna, molto più se di quella più pregevole qualità che a determinati servigi si richiede.
«Il Vesuvio, scrisse l’ab. Luigi Galanti, è un monte d’oro pe’ suoi ricchi prodotti: distrugge e crea, toglie e ridona. La cenere che distrusse i frutti nel 1794, gli animò nell’anno seguente; e nel 1796 le uve rimasero in parte per l’immensa quantità invendemmiate. Lo stesso accadde coll’eruzione del 1822, e molti corsi di lave affatto sterili, diventarono coltivabili coll’essere stati da quella eruzione coperti di sabbia. Le frutta e le uve massime crescono di bontà a misura che si sale sulla vastissima pendice.»
Nelle rocce inoltre componenti il cratere della Solfatara si aduna considerevole quantità di allume, da cui la chimica moderna estrae un metallo più pregiato dell’argento, di color bianco turchiniccio, che si destina a lavoro di spilli, vezzi, smanigli ed altrettali minuterie del mondo elegante.