Non s’era posto in movimento ancora il traino, che già una pioggerella veniva, come una beffa al mio inno di un’ora prima, inopinatamente a sbattere nei vetri del vagone; ma non fu infatti che una celia, perchè non eravamo ai Granili, che già essa con mia grande soddisfazione aveva cessato.

Dopo tre quarti d’ora all’incirca, s’arrestò il convoglio, e scendemmo al grido propagato dei conduttori:

Pompei!

Provai un palpito più frequente a quel nome, come l’avrà a un di presso provato il fido Acate, quando dalla prora del suo naviglio che recava il pio Enea e i penati profughi da Ilio, vide e salutò Italiam! Italiam! e posto piede in terra, diedi collo sguardo una buona ricercata allo intorno, a riconoscere il luogo, e innanzi tutto lo tenni fisso al monte che, sogguardando la sua vittima antica, tranquillamente fumigava, come un indolente marinajo che sulla tolda sdrajato della sua paranzella mandi fuori spessi nembi di fumo dalla sua pipa bruciata.

Il Vesuvio è ben più di sette chilometri discosto da Pompei: or come avvenne, mi chiedeva io maravigliato, che potesse un dì eruttar sì gagliardo da seppellire sotto le sue ceneri e le sue pomici e quella città e Stabia? Che ciò accadesse ad Ercolano, ad Oplonte, a Retina; che Torre del Greco venisse per nove volte distrutta dalle lave invaditrici, si poteva benissimo capire, perchè disotto o poco meno; ma doveva essere stato un ben fiero cataclisma se il disastro aveva potuto raggiungere quelle due lontane città.

Prima ora d’introdurre meco il lettore nelle Rovine, soffra ch’io apra qui una parentesi e che favelli alcun poco di questo ignivomo monte, cagione sola di esse, e che costituisce anche in oggi una delle più curiose ragioni di intrattenimento a chi visita Napoli, come alle terre medesime che assai spesso visita e devasta reca fecondità e ricchezza.

È questo solo il motivo per il quale è dato coonestare quella incredibile temerità che spinge la gente di questo suolo ad abitarne in paesi le falde, come Bosco Reale e Bosco Tre Case; e più d’un signore a tenervi amena abitazione di campagna perfino a qualche miglio al disotto del cratere, sicchè appena il suo cono si possa dire disabitato, perchè scosceso affatto ed arenoso.

Non parrà vero infatti, ma sta che dentro un perimetro di quattro miglia allo intorno del Vesuvio si adagino spensierate altre undici popolose borgate: esse sono Portici, Resina, San Giorgio a Cremano, Torre del Greco, Torre dell’Annunziata, che fornisce da secoli i più animosi ed abili corallari[14], Ottajano, Somma, Sant’Anastasia, Pollena, Massa e San Sebastiano, con una popolazione complessiva di centoventimila persone, ricadendone così duemila per ogni miglio quadrato.

Il Vesuvio, che sin da’ tempi di Roma pagana appellavasi Vesuvius, o Vesvius e Vesevus più anticamente, è l’unico vulcano che abbia il continente europeo — poichè l’Etna sta nell’isola Sicula — e dista di sette miglia, ad oriente, da Napoli. La sua elevazione è di 1292 metri[15]; la base, alla distanza di 4 miglia in linea retta dal suo cratere, ha una periferia di 24 miglia. Le falde di sud-ovest si tuffano nelle onde del golfo di Napoli, e sono quelle che sostengono i territorj più soggetti alle lave, come lo sono quelle dell’est che sfumano per la pianura della Campania; le falde invece del nord, che degradano pur nella stessa, difese dalle creste del Monte di Somma che si elevano a guisa di un ferro di cavallo, e che un giorno non formavano col Vesuvio che una sola montagna, vanno immuni dalle eruzioni e dai loro guasti.

Se si pon mente così a’ vulcani del Puebla, dell’Orizaba, del Pichinca, dell’Artisana, dell’Arequipa, del Picco di Teneriffa ed anche del nostro Mongibello, esso non è certo fra’ più giganti; ma le sue eruzioni son nondimeno e terribili e frequenti; forse perchè, scrive Giuseppe Rudini in un suo cenno compendioso sul Vesuvio, intorno ad esso non ve ne sono altri, come avviene nelle Americhe e nella Oceania; l’isola di Giava essa sola contandone più di trenta, quantunque abbia una superficie inferiore all’Italia.