Solo al nord si chiudeva dal tempio di Giove, che ho già descritto, circondato da tre altri templi, cioè quel di Venere, d’Augusto e di Mercurio e da altri stabilimenti publici, come la Basilica, l’Edificio d’Eumachia, e il Calcidico, la Curia consacrata alle assemblee dei principali magistrati della città, le Prigioni, il Pecile o porticato pel publico passeggio, ad imitazione de’ Greci, da cui i Pompejani dedussero la denominazione, i tribunali e va dicendo da altri precipui monumenti; rispondendo così in tutto alla descrizione, che d’un foro lasciò il succitato Vitruvio[255], di cui Bonucci è indotto a credere che gli architetti pompejani avessero indubbiamente consultata l’opera[256].
Il Foro di Pompei, secondo l’osservazione fatta nell’ultima edizione dell’opera sua Pompeia nello scorso anno 1869 da Bréton, non era accessibile che ai pedoni, desumendolo da certi scaglioni rovesciati rinvenuti e da certi rialzi che vi si trovano, i quali avrebbero certo reso il luogo impraticabile a’ veicoli.
La piazza del Foro pompejano misurava in lungo trecento quarantaquattro piedi ed in largo centosette all’incirca.
L’escavazione fattane dal 1813 al 1822 permise rinvenire ventidue piedistalli con iscrizioni, che portar dovevano le statue di Rufo, di Sallustio, di Pansa, di Lucrezio Decidiano, di Scauro, di Gelliano e di altri illustri pompejani e personaggi più distinti della colonia.
Come le colonne, anche il pavimento era coperto di larghe tavole di travertino.
«Io non posso, scrive il Bonucci con quella autorità che gli attribuiva la qualità di architetto e di direttore degli scavi reali di Pompei e d’Ercolano[257], trattenermi dal fare le seguenti importantissime osservazioni. Dopo i danni del tremuoto dell’anno 63, si ricostruiva il Foro con maggiore magnificenza. Le colonne dei portici che non erano dapprima che di semplice pietra vulcanica, erano state sostituite dalle più eleganti di travertino. Il pavimento che è coperto di larghe tavole dello stesso marmo, ma solo in qualche parte, stava per allora interamente finito. Le statue di questi portici dei templi e dei monumenti che lo circondano da tutti i lati dovevano trovarsi nell’officina di qualche scultore per essere restaurate, perchè non se ne trovò che i frammenti di qualcuna ch’erasi lasciata per il momento al suo posto. Il tempio di Venere era già riedificato. La Basilica e la Curia erano quasi al termine di loro ricostruzione. Il Calcidico era ultimato; ma il suo vestibolo attendeva ancora l’ultima mano. Non vi mancavano che le colonne e i marmi che dovevano coprirne i muri. Il tempio detto di Quirino era ancora spoglio de’ suoi stucchi e degli altri suoi ornamenti. Finalmente le colonne di tutto il lato destro del Foro e del peristilio nel tempio d’Augusto non erano al loro posto. Si lavoravano esse in mezzo del Foro, colle basi, i capitelli, le cornici e con tutti gli ornamenti d’architettura che dovevano appartenere agli altri monumenti. Questi numerosi pezzi di marmo vennero d’ordine del Re, trasportati al Museo Borbonico (ora Nazionale), onde servir di modello a’ giovani artisti del nostro reale Istituto.»
Ecco le iscrizioni che si lessero sui detti piedistalli:
M. LVCRETIO DECIDIAN.
RVFO D. V. III QVINQ.
PONTIF. TRIB. MILITVM
A POPVLO PRÆF. FABR.
M. PILONIVS RVFVS[258].
—
M. LVCRETIO DECIDIAN.
RVFO II VIR III QVINQ.
PONTIF. TRIB. MIL. A POPVLO
PRAEF. FABR. EX D. D.
POST MORTEM[259].
—
Q. SALLVSTIO P. F.
II VIR. I. D. QVINQ.
PATRONO... D D[260].
—
C. CVSPIO. C. F. PANSAE
II VIR. I. D. QVART. QVINQ.
E X. D. D. PEC. PVB.[261].
—
C. CVSPIO. C. F. PANSÆ
PONTIFICI II VIR I. D.
EX D. D. PEC. PVB.[262]
Dalle quali iscrizioni rilevasi come si potessero nel Foro erigere per diversi meriti più d’una statua allo stesso personaggio.
Era qui che i Pompejani, oltre de’ Comizj ed oltre della trattazione de’ più importanti affari di publico e privato diritto, non che de’ negozj più importanti al loro commercio, dovevano celebrare le maggiori solennità; qui le processioni delle Canefore, di cui toccai parlando del tempio di Venere nel Capitolo precedente; qui avvenivano i giuochi de’ gladiatori, quando a spettacoli più grandi non fossero chiamati nell’anfiteatro, siccome vedremo, favellando de’ Teatri, più avanti.