Chiuderò il dire intorno al Foro Civile pompejano col tener conto della pittura che fu rinvenuta sulla parete che cinge il portico interno verso settentrione, fatta con molta grazia e varietà, e suddivisa in parecchi comparti.
In uno di questi è rappresentata l’origine della commedia ed una Baccante: in altro la scena di Ulisse quando si presenta alla sposa Penelope, in sembianza di vecchio mendicante e col falso nome di Etone, e non ne è riconosciuto: subbietto spiccato alla Odissea di Omero e del quale avverrà che faccia novella menzione quando avrò a trattare in un capitolo successivo del Calcidico sotto altro aspetto, cioè come pertinenza della Basilica.
Era consuetudine generale del resto che sotto i portici del Foro si pingessero per lo più gloriosi fatti della nazione, ad imitazione di Grecia, dove sotto i portici dell’agora ateniese era dipinta la battaglia di Maratona da Milziade valorosamente e gloriosamente combattuta, perchè servissero al popolo di generoso incitamento e scuola.
Foro Nundinario o Triangolare.
Anche Pompei aveva dunque il suo Foro venale, o nundinario, come vien più comunemente designato, a cagione che, secondo il costume romano, traessero i rustici ogni nono giorno a Roma pel mercato, del modo stesso che oggidì tante borgate hanno i mercati settimanali, per vendere, cioè, e comprare derrate, per ricevervi le leggi, giusta il seguente passo di Macrobio: Rutilius scribit, Romanos instituisse nundinas, ut octo quidem diebus in agris rusticis opus facerent nono autem die intermisso rure, ad mercatum legesque accipiendas Romam venirent, et ut scita atque consulta frequentiore populo referrentur, quæ trinundino die proposita a singulis atque universis facile noscebantur[263].
Questo Foro in Pompei, per ragione della configurazione della sua pianta, vien chiamato eziandio triangolare; come invece da altri viene unicamente ritenuto non più che una semplice stazione o quartiere de’ soldati. Ma per quest’ultima opinione, osserverò che da costoro verrebbe per avventura scambiata la parte per il tutto; perchè infatti in questo foro si ritrovi un quartiere, quantunque non di soldati, ma piuttosto, a quanto pare, di gladiatori; ma di codesto dirò a suo luogo più avanti, parlando dell’Anfiteatro.
Il Foro nundinario sorgeva sovra una delle parti più elevate della città, e forse la più antica a giudicarne dai suoi monumenti: dominava il mare e costituivasi d’un gran rettangolo, nel cui mezzo era il tempio greco che già ho descritto, intitolato ad Ercole, e da due lati correva un Hecatonstylon o gran portico, sorretto da ventidue colonne per ciascun lato, di tufo vulcanico ricoperto di stucco con fondo rosso, metà tonde e metà scannellate d’ordine dorico, senza base.
Siccome a mezzo d’una larga gradinata scendevasi al teatro, così argomentar è dato dell’uso di questo portico, che valer dovesse, cioè, oltre che al passeggio, anche a riparare gli spettatori nel caso di frequenti acquazzoni che avessero turbata la rappresentazione. Anche a Roma, testimonio Eusebio, esisteva un Hecatonstylon al campo di Flora, presso al terreno di Pompeo, che, consunto dal fuoco, instaurò Tiberio ed abbellì Caligola; se pur non viene esso confuso coll’altro egualmente di Pompeo vicino al campo Marzio, e del quale è menzione in Strabone e nel libro XXXVI dell’Istoria Naturale di Plinio il Vecchio; ed un altro parimenti presso il teatro di Marcello nella stessa città.
Ponevano a questo Foro i propilei, o antiporti, come il greco nome esprime, di bello stile ed eleganti, formati di otto colonne d’ordine jonico stuccate e dipinte in giallo, decorati da mensole per sorreggere busti di personaggi e da una fontana. Nei resti di questi propilei si riscontrano tuttavia i luoghi degli arpioni su cui giravano le porte che dovevano chiudere il Foro; ciò che indusse a sospettare che non a tutti indistintamente fosse questo aperto; onde vedrebbesi di qual modo si fosse potuto contenderne l’adito e il passeggio dei portici a’ coloni che vi dedusse Publio Silla, come a suo luogo, trattando dell’orazione tenuta a favore di Silla da M. T. Cicerone, ho pur fatta parola, e fu causa di tanto e sì lungo piato.
Avanti alla fontana de’ propilei, su d’un piedistallo, leggendosi la iscrizione: