Sovente nelle Basiliche i filosofi tenevano i loro sapienti ragionamenti, ed Apulejo nell’Apologia ce lo conferma, dicendo avervi pronunciato una publica dissertazione al cospetto di numerosa moltitudine: ingenti celebritate basilicam (qui locus auditorii erat) confluentes.

I poeti vi traevano a leggere i loro versi, e parlando in un seguente capitolo delle Terme, mostrerò come venissero anche in siffatti luoghi alla medesima bisogna, non nuova adunque essendo e non de’ nostri giorni soltanto, l’importunità de’ poeti di recitare le loro composizioni ad ogni occasione, volenti o nolenti gli ascoltatori, onde a ragione Orazio avesse a satireggiarli:

.... in medio qui

Scripta foro recitent sunt multi, quique lavantes;

Suave locus voci resonat conclusus[268];

e Petronio, nel suo Satyricon, ci presentasse Eumolpione fatto segno alle sassate de’ monelli e della plebe per la sua interminabile smania di declamare ad ogni tratto de’ versi; a un di presso come de’ cantanti di tutti i tempi, che, pregati, ricusano cantare, e non pregati vi cantano al fastidio, alla sazietà, e perciò il medesimo Orazio li avesse a così riprendere:

Omnibus hoc vitium est cantoribus, inter amicos

Ut nunquam inducant animum cantare, rogati,

Injussi numquam desistant[269]

Il Venosino accennò la recitazione de’ versi nel foro, perchè la Basilica era parte del foro; onde nel tutto comprendeva la parte; lo che avverto sì che non paja men propria l’autorità di lui in questo lavoro invocata.