La qual ricreazione poetica non avveniva che nelle ore del vespro e dopo la decima ora, corrispondente alle ore quattro dell’orologio francese; perocchè saviamente avessero i Romani del tempo della republica distribuita la loro giornata.
La prima ora del giorno, che era segnata dal levar del sole, consacravasi da essi a’ doveri di religione, accedendo a’ templi, e supplicando privatamente i numi, come suppergiù è il costume cristiano odierno; onde Virgilio nel suo poema, assegnando anche ai tempi favolosi del suo eroe la medesima consuetudine dell’epoca sua, fa dal Tebro ammonire Enea d’innalzar di buon mattino le sue preghiere a Giunone:
Surge, age, nate Dea, primisque cadentibus astris
Junoni fer rite preces[270],
e Giovenale, sentenziando come un santo padre, ne fornisce la ragione:
Orandum est ut sit mens sana in corpore sano[271].
I clienti, gli adulatori e gli eterni postulanti traevano invece mattinieri alle case de’ patroni, de’ ricchi e de’ magistrati per augurare loro il buon dì e cominciar la loro corte, e queste pratiche però appella Plinio il giovane officia antelucana.
La terza ora era data dagli uni agli affari nel foro e dagli altri a’ proprj commerci. La sesta, ch’era il meriggio, imponevasi fine al lavoro, e così cessava la parte che il giureconsulto Paolo chiamava la migliore del giorno: Cujusque diei melior pars est horarum septem, primarum dies, non supremarum[272]; non altrimenti che la giudicava Virgilio:
Nunc adeo melior quoniam pars acta diei est,
Quod superest læti bene gestis corpora rebus