Dalla poco dissimile architettura, o fors’anco dall’avere impiegate le antiche basiliche romane o l’area loro, convertendovi o fabbricandovi chiese, restò a queste il primitivo nome, e valse esso di poi a designare i più venerabili ed importanti templi cristiani.

In Roma venne questo nome accordato a cinque grandi templi in memoria dei cinque patriarchi della chiesa primitiva di Roma, Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme, e sono quelle di San Giovanni Laterano, San Pietro, San Paolo fuor dalle mura, Santa Maria Maggiore e San Lorenzo pur fuor dalle mura, giusta questo cattivo distico:

Paulus, Virgo, Petrus, Laurentius atque Johannes

Hi patriarchatus nomen in urbe tenent[280].

Più tardi in Roma e altrove della cristianità venne esteso il nome di basilica anche ad altre chiese di minor importanza.

Come nel Foro Romano, detto oggi Campo Vaccino, in Roma, sorgevano la Basilica Giulia e la Basilica Emilia, alla quale hanno tratto i versi di Stazio superiormente da me riferiti; così anche nel Foro di Pompei eravi la Basilica, della quale ora favello.

Incominciatosi a sterrare nel 1813 in prossimità del tempio di Venere da cui non lo separa che una viuzza, davanti ad essa, dai frammenti che si raccolsero, si conobbe che sorgesse una statua equestre di bronzo dorato; ma nulla indicò chi potesse essa rappresentare e in onore di chi eretta. Giova ricordare che pur davanti alla basilica in Ercolano si rinvennero le statue equestri dei Nonnii, quantunque fossero di marmo.

L’edificio era isolato da tre lati e la fronte volta ad oriente. Vi si accedeva per cinque porte, o come con linguaggio d’allora appellavansi, cataractæ, chiuse con saracinesche nel modo stesso delle barriere esterne, come già notai a suo luogo. Al di fuori di una di queste cataractæ era scolpita la indicazione dell’edificio nella parola Bassilica (sic).

Questo doveva essere già stato guasto e deformato dal tremuoto del 63, perchè trovavansi atterrate colonne e muraglie e sconvolgimenti nel pavimento. Dovendosi così nel descriverlo ricorrere alle congetture, Bréton, da valoroso architetto ch’egli è, afferma che la basilica di Pompei si scosta assai da quella regola che Vitruvio ha tracciato nel Lib. V. c. I, della opera sua, che più volte ho pur io citata, per le basiliche ch’ei sopra tutto avrebbe voluto di tre navi, formanti un parallelogramma rettangolo, terminato da un emiciclo e diviso da due fila di colonne sormontate da un secondo ordine formante galleria.

La Basilica pompejana invece, secondo la di lui opinione, ha bensì tre navi, ma quella di mezzo egli reputa essere sempre stata scoperta, e però non potervisi ravvisare che un’area o un impluvium. Di quest’ultima denominazione di parte d’edificio farò conoscere il valore nel Capitolo che tratterà delle Case. Altre differenze egli constata; ma noi che abbiamo altri intendimenti in quest’opera che non sieno più specialmente gli architettonici, tiriamo innanzi.