Currite jam sedit[282],
e con ciò ne fa sapere che Liburnus si chiamasse l’usciere del tribunale, incaricato di proclamare, come si fa a un di presso anche oggidì, l’aprimento dell’udienza e come ora si grida: entra la Corte, o il Tribunale, la udienza è aperta; il pretore, e più tardi il principe, siede. Forse liburni detti que’ messi curiali, perchè di preferenza eletti fra quella gente del litorale superiore adriatico detto appunto liburnico.
Sedeva il pretore sul tribunale, o posto più elevato detto suggestum, in sedia curule; in sedili più bassi, per ciò chiamati subsellia, i giurati, assessores; i testimoni, testes; gli avvocati, advocati, e gli scrivani, o cancellieri, o anche notai, scribæ, che tenevano processo verbale degli atti giudiziarj. Orazio aveva acquistato uno di questi posti di scriba: nella VI del lib. II delle Satire, così se ne mostra in funzione:
Ante secundam
Roscius orabat sibi adesses ad puteal cras....
De re communi scribæ magna atque nova te
Orabant hodie meminisses, Quincte, reverti...
Imprimat his, cura, Mæcenas signa tabellis...
Dixeris, «experiar, si vis, potes» addit et instat[284].
Se falliva il tentativo dell’amichevole componimento, l’attore, actor, citava con publica intimazione, detta edictum, l’avversario, reus, a comparire in giudizio, in jus vocare, a che se questi rifiutava, l’attore volgendosi ad uno degli astanti, interrogava: licet antestari? se voleva, cioè, valergli di testimonio; al che assentendo porgevagli a toccare l’estremità dell’orecchio, auriculam opponebat, perchè nell’orecchio si riteneva fosse la sede della memoria. In questo caso l’attore poteva trascinare a forza il reo in giudizio, in jus rapere, afferrandolo persino per il collo, obtorto collo, come Plauto notò nella scena quinta del terzo atto del Pænulus e nella sesta del terzo atto della Rudens. Tali formule conservò il poeta e scriba Orazio testuali nella Satira IX del lib. I: