6.ª Exilium, bando, che dapprima consisteva nell’interdizione dall’acqua e dal fuoco, e sotto gli imperatori nella relegazione a tempo determinato.
7.ª Servitus, schiavitù.
8.ª Mors, morte che s’infliggeva nei primi tempi coll’appiccare (infelici arbori suspendere); poi colle battiture (virgis cædere), o colla decapitazione (securi percutere); colla precipitazione dalla rupe Tarpeja (de saxo Tarpejo dejicere); colla strangolazione (laqueo gulam frangere). — Il parricida veniva chiuso in un otre, o sacco di cuojo, culeus, con un serpe, un cane ed una scimmia e gittato nel mare. Giovenale accenna alla pena del parricidio in quei versi della Satira VIII, in cui così bolla a fuoco il matricida Nerone:
Libera si dentur populo suffragia, quis tam
Perditus ut dubitet Senecam præferri Neroni,
Cujus supplicio non deberit una parari
Simia, nec serpens unus,nec culeus unus[290].
Gli schiavi poi, colpevoli di delitto, chiudevansi in sotterranei ergastoli, talvolta marchiavansi con ferri roventi sulla fronte, o si serbavano incatenati o con legata intorno al collo una specie di forca. Giusto Lipsio rammenta inoltre un altro supplicio quasi peculiare ad essi, cioè il crurifragio, o frattura delle gambe. Operavasi coll’imporre sull’incudine le tibie del paziente, spezzandole poscia a gagliardi colpi di martello. Nella commedia intitolata Asinaria, Plauto vi allude in quel passo della scena quarta dell’atto secondo:
Crura, hercle, diffringentur
Ni istum impudicum percies[291].