E qui ancor d’un altro e non men doloroso ed infame supplizio debbo far cenno; di quello, intendo, della croce.
Convertita essa da tanto tempo in segno di redenzione e di culto, perchè vi moriva affisso il Cristo, sarà interessante ch’io dica qualche parola specialmente di questa pena.
Raramente veniva essa applicata a persone che non fossero di vil condizione; tanto così che Cicerone avesse a costituire a Verre accusa di gravissimo delitto per avere dannato alla crocifissione un cittadino romano: Facinus est vinciri civem romanum, scelus verberari: prope parricidium necari: quid dicam in crucem tollere?[292]
Il più spesso era pei crimini di lesa maestà, che si condannavano alla croce; onde vediamo che Gesù Cristo appunto recasse per titolo della crocifissione l’iscrizione Rex Judæorum, quasi si fosse veramente costituito re della sua nazione.
Quando trattavasi di dare più lieto e interessante spettacolo al popolo, sostituivasi allora alla croce l’esposizione nel circo alle bestie o lo si istoriava rendendolo episodio o parte di azione pantomimica; ma di ciò più a lungo nel capitolo dell’Anfiteatro.
Il supplizio quindi della crocifissione usavasi più frequente nelle provincie guerreggiate e conquistate, e accadde anzi spesso che se ne abusasse anche a punizione de’ nemici.
Già Alessandro Magno ne aveva dato il crudelissimo esempio, quando presa Tiro, ne faceva crocifiggere duemila; altro Alessandro, nella Giudea, banchettando in publico colle sue cortigiane, pascendosi ad un tempo lo sguardo colla crocifissione di ottocento giudei: Quintilio Varo, della stessa gente per un tumulto ne fe’ sospendere egli pure duemila. Tito, nell’assedio di Gerusalemme, ne fe’ affiggere più di cinquecento, e fu detto in quell’occasione che per la quantità dei crocefissi mancasse la terra alle croci, le croci ai corpi. Augusto, ultimata la guerra Sicula, mandò alla croce seicento schiavi; Tiberio condannò al supplizio di essa i Sacerdoti di Iside ed Ida l’ancella di Paolina, per aver prestato mano all’adulterio di costei nel tempio di quella Dea.
Si sa inoltre che i tiranni nella persecuzione del nascente Cristianesimo, ne condannassero i neofiti assai sovente ad essere crocifissi.
Nerone, per questi infelici, immaginò nuovo genere di tormenti.
Tacito e Seneca fanno menzione dell’orribil supplizio con cui questi innocui credenti, che si pretendevano essere scelleratissimi nemici dell’impero, si cercava invano di soffocare e distruggere. Quel crudele li condannò rivestendoli d’una tunica solforata, ad ardere vivi e legati a pali, servendo di torcie, di fanali negli orti imperiali; onde Giovenale con invereconda indifferenza, vi allude in que’ versi: