. . . . . Tæda lucebis in illa
Qua stantes ardent, qui fixo gutture fumant[293].
Ma non erano questi supplizj dalle leggi portati, sibbene solo dal capriccio del tiranno introdotti: epperò ritorniamo a dire e chiudere l’interrotto e non men doloroso tema della crocifissione.
Gli scrittori distinsero la crocifissione per affissione e per infissione. Esempio della prima è la croce del Redentore, su cui appare affisso ed inchiodato: della seconda nelle parole di Seneca: cogita carcerem et crucem, et adactum per medium hominem, qui per os emergat stipitem[294], troviamo gli estremi della impalazione.
Gli uomini, a trovar tormenti pei loro simili, furono sempre fecondissimi e studiarono di molto nell’immaginar modi di dar morte. I tempi moderni, che la pretendono a leggiadria, conservarono la forca e pretesero anzi perfezionarla, inventarono la ghigliottina e la fucilazione, disputando perfino quale di questi generi di morte recasse e quale non recasse infamia. Nè la parola santissima di Beccaria, nè l’esempio d’altre legislazioni, nè il grido della civiltà che protesta ad ogni condanna di morte, valsero, pur in questi nostri giorni, a cancellare dal codice di questa nostra Italia la crudelissima pena e pur di non frodare dello spettacolo della capitale esecuzione le provincie che ne fruivano prima della costituzione dell’italiano regno, si derogò allo statuto patrio, chiudendo gli occhi sulla Toscana, che nel codice Leopoldino aveva abolito la pena di morte, che non la volle per ogni conto rimessa e cui però non fu estesa.
Ugo Foscolo ebbe a cantare ne’ Sepolcri:
. . . che nozze, tribunali ed are
Diero alle umane belve esser pietose
Di sè stesse e d’altrui;
ma di grazia, m’è lecito ora di chiedere, di che mondo intendeva egli parlare?