Erano dunque le summenzionate pene quelle che si infliggevano dai Romani: leggendo tuttavia i poeti, vedesi fatta menzione d’una speciale riserbata a coloro ch’erano colti in adulterio, la quale convien dire fosse ben di frequente applicata, se di adulterj è fatto cenno ad ogni tratto ne’ satirici di quel tempo, Orazio, Giovenale e Persio, e da’ lirici, fra cui primeggiano Ovidio e Catullo, senza tener conto dell’inverecondo Marziale. Orazio, nella satira seconda del Libro Primo, parla di castighi dati ad adulteri, abbastanza fieri; d’essere cioè buttati dall’alto della casa, flagellati, uccisi sul luogo scompisciati da servi o mutilati: ma le eran codeste private vendette d’offesi mariti. Giovenale e Catullo ricordano entrambi il castigo della introduzione nelle viscere dell’adultero sorpreso di rafani e di mugili, i quali ultimi erano pesciolini voraci e che però dovevano cagionare al paziente indicibile tormento. Tali pene, vogliono alcuni commentare fossero dalle leggi comminate.
Udiamo Giovenale:
Fiet adulter
Publicus et pœnas metuet, quascumque mariti
Exigero irati; nec erit felicior astro
Martis, ut in laqueos numquam incidat Exigit auteum
Interdum ille dolor plus, quam lex ulla dolori
Concessit. Necat hic ferro, secat ille cruentis
Verberibus, quosdam moechos et mugilis intrat[295].
E Catullo: