Furonvi taluni, e tra gli altri il Bonucci e il medesimo Bréton, che riferendone la parte storica, pretesero ritrovar menzione del Calcidico, — oltre nel fatto della casa reale di Tebe, in cui Merope nel Calcidico appunto sarebbesi condotta coll’ascia alla mano per uccidere Egisto mentre dormiva credendolo l’assassino di suo figlio — anche nel vigesimo terzo canto dell’Odissea, dove Omero, dicon essi, fa ad Euriclea, nutrice d’Ulisse, traversare il Calcidico, per correre ad annunciare a Penelope l’arrivo dello sposo di lei. Io ricorsi, per ciò constatare, al testo greco e propriamente al primo verso di quel canto trovai bensì la parola υπερωιοθεν e poco più sotto l’altra ὑπερῶον, che significano la parte superiore della casa, — ciò che forse latinamente può dirsi cœnaculum, — ma nullamente consacrata la parola calcidico; ciò che non poteva quindi avvalorare d’autorità alcuna la pretesa d’Ausonio, copiato senza più dai detti illustratori, che quella parte superiore di casa fosse il calcidico.
Gli è per questo che più sapientemente il mio illustre amico cav. dottor Paolo Maspero, nella sua nuova e superba versione dell’Odissea, che già fin dal cominciar di quest’opera m’avvenne di circondare di meritati encomj, così tradusse i primi versi del canto XXIII:
Ma gongolando alle superne stanze
Salìa la buona vecchia annunciatrice
Del ritorno d’Ulisse alla regina;
ed il secondo passo in cui ricorre la medesima parola, rendendo il senso intimo del Poeta, usò la parola talamo, la qual significa a un tempo e letto nuziale e la stanza nella quale esso sta[307], ad indicare la più precisa parte delle stanze superne da cui procedeva la casta moglie:
. . . . in questo dire,
Dal talamo scendea fra sè pensando
Se lo straniero interrogar da lunge,
O se corrergli incontro ella dovesse