E la mano stringendogli, baciarne

La fronte e gli occhi.

Tale, a mio credere, è la più verace e filosofica interpretazione del greco d’Omero qual venne fatta per parte del mio dotto amico; abbenchè, in quanto al resto, egli m’abbia poi confessato che, pur raccogliendo tutti i dati disseminati per il poema, non fosse giunto a potersi nella mente mai ricostruire il palazzo d’Ulisse; comunque egli avesse potuto raffigurarsi e vasta la corte che s’apriva dopo la porta e ampia la sala ove banchettavano così numerosi i Proci e dai succitati passi fosse indotto a ritenere l’esistenza di un piano superiore, ove tenevasi Penelope in disparte da quei dilapidatori del patrimonio dell’assente marito suo e concorrenti alla sua mano.

Dopo ciò e più propriamente intrattenendomi del Calcidico pompejano, ripeto qui ancora, come esso sia stato eretto con denaro di Eumachia sacerdotessa publica, unitamente ad una cripta ed ai portici dedicati alla Concordia ed alla Pietà Augusta, giusta quel che ne fa sapere l’iscrizione più addietro da me riferita, scoperta sull’architrave di marmo del Calcidico; onde vengano congiuntamente designati eziandio col nome di Edificio di Eumachia.

Esso è di forma rettangolare e l’architettura è romana; l’ordine però delle sue parti è corintio.

Il Calcidico è una specie di spazioso vestibolo, ornato di nicchie e doveva essere stato, secondo le rimaste vestigia, rivestito di marmi e sorretto da sedici pilastri. Da esso si accede ai portici interni formati da quarantotto colonne di marmo pario di squisito lavoro, che per quattro lati circondano una spaziosa corte, ossia quell’impluvium, dove già ebbi a rilevare quelle vasche o piuttosto pietre, non incavate per altro profondamente, che parecchi credettero aver servito a’ tintori, fullones, a’ quali si vorrebbe fosse deferita la lavatura delle biancherie sacerdotali, e che a me invece servirebbero per afforzare ognor più la congettura espressa intorno alla possibilità che il luogo fosse invece sacro alla dea Cerere.

Una magnifica nicchia era nel fondo della corte e vi era collocata dentro la statua della Concordia, o piuttosto della Pietà Augusta, cui la sacerdotessa Eumachia aveva l’edificio dedicato. Una tale statua fu rinvenuta rovesciata, senza testa però e conservando ancora le dorature miste alla porpora tutt’all’intorno del laticlavio, o fimbrie della veste.

La Cripta è forse la grande galleria, o secondo ordine di portici più interni e meglio riparati dall’intemperie delle stagioni, e le cui pareti eran, come quelle del portico, decorati di pitture in cui campeggiavano i colori rosso e giallo assai adoperati nei dipinti di Pompei. In una nicchia quadrata di questa galleria vi fu trovata una bellissima statua di marmo raffigurante Eumachia medesima, erettale a titolo d’onoranza da’ Tintori, che portata al Museo, è ora sostituita da una copia. Essa venne al certo eseguita di naturale, avendo la testa i caratteri tutti d’un ritratto: la sua fisonomia è grave e triste, e le vesti ond’è mirabilmente palliata serbano tuttavia le tracce dei colori rosso e verde de’ quali erano esse dipinte. Sul basamento si legge questa iscrizione:

EVMACHIÆ L . F .
SACERD . PVBL .
FVLLONES[308].

È questa per avventura la circostanza che portò i più a credere che l’intero edificio d’Eumachia fosse luogo dedicato al collegio de’ Tintori o negozianti di stoffe e di lane, che si pretende aver avuto in Pompei una grande importanza, per l’estensione che avevano de’ loro commerci.