E v’han di coloro che a cosiffatti dati ed appoggiati eziandio al voto di coloro che ho superiormente citato, spingonsi ad argomentare più in là, volendo che l’edificio intero di Eumachia non dovesse essere che un palazzo tutto ed esclusivamente dedito all’industria pompejana, o in altri termini, una specie di moderna Borsa pompejana, dove tutti i negozianti traessero a’ loro commerci e a stipularvi contratti; quivi in estate rimanendo all’aperto sotto il portico e nell’inverno ricoverando nella Cripta. Ed entrati una volta in codesta supposizione, spiegano che vi siedesse perfino il tribunale di commercio nell’emiciclo al piede della statua della Concordia, colà innalzata appunto per pacificare i dissensi de’ negozianti. I grossi massi di pietra ancor sussistenti nella corte sarebbero state le tavole, sulle quali essi avrebbero spiegate le loro merci; le nicchie dovevano essere le tribune de’ giurati e così vie via discorrendo d’ogni altra particolarità che applicar si vorrebbe a’ determinati usi della Borsa.
Ma mi sia lecito allora il domandare a costoro: perchè avrebbe Eumachia sacerdotessa rivolto il suo pensiero e il denaro a tale uso e a codeste persone del commercio; e che di comune aver si poteva fra questi chiassosi uomini e la malinconica statua della fondatrice del luogo?
Ad ogni modo non potrà essere inopportuno ai fautori di qualunque opinione di osservare come una porta segreta ponesse in comunicazione questo edificio di Eumachia col vicino tempio, sacro secondo alcuni a Mercurio, secondo altri a Quirino e ch’io inclinando a dividere la sentenza dei primi, tenni sacro a Mercurio.
Questo monumento controverso nella sua destinazione dal Calcidico, venne sterrato dal 1819 al 1821 e vi si trovarono ad un tempo presso due scheletri d’uomini, di cui l’uno, all’elmo, doveva essere indubbiamente soldato.
Ecco tutto quanto mi paja poter dire intorno a questo edificio che si denomina da Eumachia e che dalla sua fondatrice, come risulta dalla iscrizione da me riferita, fu pur appellato Calcidico, e intorno al significato del quale si sono tanti scrittori dicervellati.
Il quadro di tutto ciò che spetta alla amministrazione della giustizia e quindi della Basilica, che ne era il principal tempio, si completa ora col dire delle Prigioni.
Ho mostrato già come il carcere fosse tra le pene corporali che s’infliggessero a’ delinquenti colla catena a’ polsi ed a’ piedi: ho pur tocco di quella prigione in Pompei, che trovasi sotto il tribunale della Basilica, la quale esiste e vedesi tuttavia, e dove l’accusato stava in pendenza del giudizio attendendo la sentenza; ora brevemente ricordo come presso alla porta del Foro, sotto il suo portico occidentale, si ritrovi un gruppo di costruzioni rovinate che si ritorcono sulla Via or appellata de’ Soprastanti, che per la situazione loro nel Foro, per avervi riconosciuto in esse parecchie camerette prive di finestre, non che per la scoperta di qualche scheletro umano, ha fatto ravvisare in esso le prigioni.
Non presentando esse tuttavia particolarità alcuna interessante, per quanto riguarda alla materialità del luogo, molto più che non sono a un di presso che un mucchio di rovine; e d’altra parte non apparendo conformi a quel sistema di detenzione che le leggi e le consuetudini romane avevano introdotto, mi basta l’averne fatto cenno, dispensandomi dall’intrattenerne ulteriormente il lettore e dall’indagarne le differenti ragioni.
Piuttosto, mi chiama l’indole del mio libro a qui soggiungere qualche generale nozione sulla natura e gradazioni di prigioni, carceres, secondo il sistema romano, pur propagato e adottato nel restante delle province conquistate e massime là dov’erano state dedotte colonie militari.
Di tre sorta o gradi erano le prigioni e venivano applicati a seconda delle persone e de’ reati e in un solo edificio accumulavansi di sovente tutti e tre questi gradi.