Il primo grado era quello della detenzione pei colpevoli di minori delitti e per i condannati ad una prigionia comune a tempo, e dicevasi custodia communis. Naturalmente questo grado di carcere non importava grande e vigorosa severità di trattamento: non aveva la stretta custodia, nè la privazione della luce: concedendosi a chi ne fosse punito il passeggiare e l’aria e di non essere tenuto in catene. Doveva appartenere a questo grado la detenzione nella colonia d’Aquino, alla quale Ottone sobbarcò Cornelio Dolabella, non per peccato alcuno, ma per essere in lista de’ gran casati[309], se Tacito, nel Lib. I, c. 58 della sua Storia, potè giudicarla neque arcta custodia, neque obscura.

In quegli edificj carcerari in cui tutti i tre gradi di carcere esistevano cumulati, il primo ne occupava il piano superiore; come puossi anche riscontrare in Roma nelle carceri costruite da Anco Marzio e Servio Tullio presso il Foro maggiore e che, riparate più tardi dal Pretore Lucio Pinario Mamertino, dal nome di quest’ultimo le denominarono Carcer Mamertinus.

Sotto un tal piano, a livello del terreno, eravi il carcer interior, o di secondo grado, e chiamavasi di stretta custodia, arcta custodia, in cui il condannato stava in catene, e fors’anco attendeva il tempo della esecuzione della pena capitale. A questo carcere non accedevasi per porte, ma per aperture anguste praticate nel soffitto. — Parmi che a questo genere di carcere alluder volesse Cicerone, quando nella seconda Orazion sua contro Lucio Sergio Catilina, verso la fine, uscì a dire: Sentiet in hac urbe esse carcerem, quem vindicem nefariorum et manifestorum scelerum majores nostri esse voluerunt[310].

Così da questa carcere interna, o da altra cella terrena, per una angusta botola praticata nel pavimento, scendevasi al carcer inferior, o sotterraneo, ed era il terzo grado di carcere, formato a mo’ di fornice; ma non ora propriamente luogo di detenzione, ma sì di supplizio; perocchè ivi il reo venisse calato soltanto per subire la pena, se condannato a morte.

Pare poi che in Roma, come tutte le fucine fumassero e le incudini stancassero i fabbri a foggiar catene:

Maximus in vinclis ferri modus, ut timeas ne

Vomer deficiat, ne marræ et sarcula desint[311];

molte così dovessero essere le carceri, se Giovenale, nella stessa Satira III, potè rimpiangere i tempi in cui a Roma una carcere sola, la mamertina, potesse bastare:

Felices proavorum atavos, felicia dicas

Sæcula, quæ quondam sub regibus atque tribunis