Gens humana ruit per vetitum nefas[24].

In quanto a me che mattina e sera non ero ristato giammai di volgere lo sguardo al Vesuvio, onde vedere se fosse per risolversi a darmi una propria rappresentazione, massime che il chiarissimo signor Palmieri, proprio in que’ giorni, avvertisse che il sismografo dell’Osservatorio avesse segnalato agitazione, fui frustrato nella mia aspettazione. L’agitazione dello strumento del signor Palmieri era precorritrice unicamente di quelle sotterranee commozioni che si tradussero in iscosse di tremuoto in qualche città italiana, e nella catastrofe toccata all’isola di Santa Maura, l’antica Leocadia, la cui capitale Amaxichi annunziarono i giornali dello scorso dicembre interamente rovinata[25]. Imperocchè siavi opinione che tutte le bocche vulcaniche dell’Italia, ed io penso anche di altri vulcani dalla penisola non discosti e massime dell’Jonio e di Grecia, abbiano origine dalla stessa sorgente; che la bocca del Vesuvio somministri nei tempi ordinarii sfogo sufficiente e faccia, per dir così, da valvola di sicurezza alle forze generate nel grande serbatojo interno, e che quando questa apertura si chiude quelle forze aprano altri canali di comunicazione coll’interno della terra[26]. L’esperienza ha suggellato siffatta supposizione, e — indipendentemente dalla sovraccennata coincidenza fra l’agitazione del sismografo dell’Osservatorio del Vesuvio e la catastrofe di Amaxichi, — massime dopo l’eruzione del 1036, per cinque secoli susseguenti l’azione vulcanica fu violentissima pel paese circonvicino, constatate essendosi parecchie eruzioni dell’Etna, versamenti copiosissimi di lava fatti dalla Solfatara e dall’isola vulcanica di Ischia, oltre sconvolgimenti di tremuoti nelle parti settentrionale e meridionale d’Italia.

Al mio naturale desiderio sovvenne il veneziano signor Luzzato, che nel giardino publico, o Villa, come si denomina, il quale corre in riva al mare lunghesso la via che è detta Riviera di Chiaja, rizzò una costruzione di un sol piano terreno con architettura pompejana, nella quale dispose un suo stabilimento, in cui raccolse alcune vedute tolte dal vero della città di Pompei, anzi fotografate dai luoghi stessi, con restauri e restituzioni di tinte e con gruppi di figure abbigliate giusta l’antico costume, che sono invero del più curioso effetto. Lo stabilimento intitolò Pompejorama, e fra le altre vedute una ve ne ha che chiamerei miracolosa, la quale rappresenta il Vesuvio a notte nel momento della sua furiosa eruzione, con effetto di luna. Que’ bagliori del fuoco del monte che divampa, riflessi nelle onde del mare che pare si avanzino verso di voi, tanto sono vere, fanno il più stupendo contrasto coi raggi pallidi dell’astro notturno, i quali pur si rifrangono nelle acque del golfo. Io ammirai quel bellissimo quadro: tutti che spettatori già furono dei veri furori vesuviani, non esitarono ad attestarmi che mai non fu visto quanto in esso colta e ritratta la verità.

Laonde mi è concesso di dire che ho alla mia volta io pure assistito, in questi simulati, ai formidabili spettacoli a cui sì spesso è teatro il Vesuvio, senza per altro risentire i terrori che egli mai sempre incute a coloro che i veri si recano a contemplare.

CAPITOLO II. Storia.

PRIMO PERIODO

Divisione della storia — Origini di Pompei — Ercole e i buoi di Gerione — Oschi e Pelasgi — I Sanniti — Occupano la Campania — Dedizione di questa a Roma — I Feriali Romani indicon guerra a’ Sanniti — Vittoria dell’armi romane — Lega de’ Campani co’ Latini contro i Romani — L. Aunio Setino e T. Manlio Torquato — Disciplina militare — Battaglia al Vesuvio — Le Forche Caudine — Rivincita de’ Romani — Cospirazioni campane contro Roma — I Pompejani battono i soldati della flotta romana — Ultima guerra de’ Sanniti contro i Romani.

Le ragioni stesse per le quali ebbi ad avvertire il lettore che alla migliore intelligenza delle Rovine di Pompei mi occorresse d’aprire una parentesi, per dire alquanto di questo monstrum horrendum, informe, ingens che le aveva cagionate, non solo militano per questa nuova che intraprendo col presente capitolo, ma sono ben anche maggiori. D’altra parte, messomi all’opera con intenti più modesti, l’amore all’argomento me ne suggerisce ora di maggiori, e la materia sento crescermi sotto mano; il lettore non ha a concedermi che una maggiore benevolenza.

La storia civile di Pompei non è guari complicata di fatti, non di molto diversa da quella delle altre minori città italiane e massime meridionali, che o furono confederate a Roma o ne divennero colonie. La storia generale di queste città si lega in una parte a quella delle altre undici città principali della Campania, e nell’altra per lo più alla storia del mondo romano; la speciale non ricorda che determinati avvenimenti, i quali hanno per lo più attinenza alla vita municipale di essa. Io, nel raccoglierla dalle diverse fonti, l’ho divisa in due distinti periodi, concedendo poi un singolare capitolo a ciò che chiamerei storia morale ed un altro al miserando cataclisma che ne chiuse l’interessante volume.

Pompeii, o Pompeja, come trovasi promiscuamente detto dai latini scrittori, all’epoca della sua distruzione per opera del Vesuvio, cioè, come già sa il lettore, nell’anno di Roma 932 e 79 di Cristo, era, malgrado che Seneca punto non si peritasse a dichiararla celebrem Campaniæ urbem, città di terzo ordine. Una città tuttavia, che per la felice postura su d’una eminenza vulcanica e in riva al mare, — poichè tutto ne scorga a ritenere che le acque del Tirreno giugnessero a quel tempo fin presso le mura di essa, nè vi si ritraessero che in conseguenza del cataclisma che le apportò la morte, — e per la dolcezza del clima e la lussureggiante natura, costituiva altra fra le località di questa magnifica parte d’Italia, che a ragione fu detta — credo da Milton, il cantore immortale del Paradiso Perdutoun pezzo di paradiso caduto in terra; epperò eletta da’ facoltosi Romani a sito di villeggiatura. Così ricordai già la casa che vi aveva Marco Tullio Cicerone, per antonomasia detto l’Oratore Romano, e quella che vi teneva lo storico Cajo Crispo Sallustio, entrambe scoperte, e la visita delle Rovine altre pure ne additerà celebri per i loro famosi proprietari; onde Stazio potesse lasciarci memoria degli ozj pompejani in quel verso: