Nec Pompeiani placeant magis otia Sarni[27].

Imperocchè Pompei fosse bagnata dalle acque del fiume Sarno — ora ridotto alle povere proporzioni di un ruscello — per cagione anzi del quale, come avverrà di dire più avanti, si avessero i primi sentori che ebbero a condurre alla scoperta della sepolta città. Il Sarno scendendo, dal lato ove si vede ancora sorgere l’anfiteatro, al mare, che qui faceva una curva la quale si estendeva insino a Stabia, formava alla sua imboccatura un bacino, che costituiva il porto della città, comune anche a Nola, ad Acerra ed a Nocera, così frequentato ed operoso da rendere Pompei l’emporio delle più floride città campane. Nè forse fu estraneo a siffatta circostanza il nome stesso di essa, se nel greco idioma Πομπηίον suoni eziandio siccome a dire emporio. Strabone non obliò di ricordare questo porto, e i libri, come vedremo, ne registrarono eziandio qualche glorioso avvenimento.

La storia adunque di questa città e, più che essa, la scoperta e la illustrazione de’ suoi edificj e de’ suoi monumenti, importantissima riesce a rivelarci la vera storia intima di quei tempi, che le storie generali non ci hanno lasciata che imperfetta, sì che sia d’uopo racimolarla fra gli storici avvenimenti di altri popoli e da’ concetti dei poeti, o da qualche altra scrittura, mescolata spesso a cose men vere od incerte, per modo che, dopo tutto, sia mestieri di molto discernimento e di induzioni e di congetture logiche non poche per istabilire colle migliori probabilità i fatti.

Ma se malagevole è il còmpito di chi voglia esattamente ragionare della vita intima di allora, che si dirà di chi presuma indagare le origini delle città nostre e i confini territoriali, se intorno ad esse non vennero che tardi gli scrittori che se ne occuparono, e questi pure, dovendo appoggiarsi su tradizioni e favole, si ebbero a buttare spesso alla fantasia, siccome puossi giudicare dalla lettura di Dionigi d’Alicarnasso, di Catone, di Varrone e d’Eliano? Orazio medesimo, comunque venuto in tempi più colti, non sapeva determinare se all’Apulia o alla Lucania appartenesse la sua Venosa, siccome appare da una Satira, nel seguente passo:

Lucanus an Appulus, anceps,

Nam Venusinus arat finem sub utrumque colonus

Missus ad hoc, pulsis (vetus est ut fama) Sabellis[28].

Gli è ad un tale riguardo che pur di Pompei non si possa precisare quali fossero i fondatori e i primi abitatori. La favola, accarezzando anche qui il popolare orgoglio, le assegna illustre origine, e Giulio Solino, che ne tenne memoria, narra che Pompei avesse avuto Ercole per fondatore, allorchè passò egli in Italia co’ buoi di Gerione. Già nel capitolo antecedente toccai di sua venuta in queste parti e di eroiche imprese compiutevi e della città di Ercolano che attestò di lui: Pompei egualmente avrebbe il suo nome conseguito dalla pompa colla quale dall’Eroe sarebbero ivi portate le tre teste del suo nemico, il succitato Gerione, la cui uccisione fu delle dodici che gli vengono attribuite, la decima di lui fatica[29]. Lasciando nondimeno in disparte la mitologia e gli arcani suoi ascondimenti, stando all’autorità di Strabone, i primi a mettersi attorno al golfo che curvasi da Sorrento a Miseno, sarebbero stati gli Oschi od Opici, gli Ausoni, gli Etruschi, i Tirreni e i Pelasgi, che sono anche i popoli più antichi di cui si abbia memoria in Italia; se pure tutti questi popoli non sono della sola razza pelasgica.

I Pelasgi contuttociò non attecchirono mai la loro padronanza nel nostro paese; odiati sempre come stranieri e conquistatori, dovettero mantenervisi armati. A quest’opposizione surta negli animi degli aborigeni, s’aggiunsero naturali calamità, e Dionigi d’Alicarnasso ricorda la sterilità e siccità dei campi e più ancora l’imperversar de’ vulcani e delle malattie; onde interrogato l’oracolo di Dodona, ne avessero a responso: «Causa di tutti codesti mali essere lo sdegno degli Dei, perchè frodati i Dioscuri, o Cabiri[30], della promessa decima di tutto quanto nascerebbe, non avendola i Pelasgi attenuta in quanto riguardasse i figliuoli.» Indegnò la spietata risposta, e tumultuarono contro i capi e a tale venne la stanchezza de’ più che questi in massa migrarono, e i pochi rimasti, spodestati degli averi, vennero agevolmente ridotti in servitù.

Dall’Appennino centrale, dietro al corso del Volturno e dell’Ofanto, scesero i Sanniti, gente mista di Sabini ed Ausonj, gentem opibus armisque validam, come li giudica Tito Livio[31], conquistando. Erano essi in quel tempo, cioè circa l’anno 420 avanti la venuta di Cristo, arrivati omai all’apogeo della loro potenza, e superando Roma stessa nel numero della popolazione e nella estensione del territorio, ne erano divenuti i più formidabili avversarj. S’allargavano essi dal mar Inferiore al Superiore, dal Liri alle montagne lucane e ai piani dell’Apulia, e dominavano ne’ paesi che oggidì designiamo coi nomi di Principato Ulteriore e di Abruzzo Citeriore. Sobrii ed indomiti, difesi da valloni e torrenti, potevano a buon diritto codesti montanari riuscire terribili a quei della pianura.