Superando gli ostacoli tutti, irruppero nella Volturnia, che essendo piana cominciarono a chiamar Campania (da καμπος, pianura), occuparono Vulturnio che denominarono Capua e successivamente la Campania tutta, alla quale era capitale, e che si distendeva sul mare dal Liri al Silaro, ubertosissima e popolata di dodici belle e ricche città, tra le quali primeggiavano Pompei ed Ercolano.
Come dell’etrusca dominazione si rinvennero tracce negli scavi di quest’ultima città in una medaglia e nella mensa Giunonale; così se ne ebbero e in maggior copia e in essa città e in Pompei della sannitica nelle diverse iscrizioni dettate in questa lingua, e il Giornale degli Scavi, già da me ricordato, reca dotte dichiarazioni di taluna, a migliore schiarimento di importanti questioni.
Allora i Sanniti divenuti Campani, sotto il nome di Mamertini, forse a dire soldati di Marte, si posero al soldo di chi bisognava di combattenti, ed estesero fino a Pesto la propria lingua, la quale, se vuolsi attribuir fede al succitato Strabone, fu pur la stessa parlata da Umbri, Osci, Dauni, Peucezj, Messapi, abitanti della Japigia, cioè nel sud-est della penisola. Contuttociò essi, come già prima i Pelasgi, non giunsero a naturarvi la loro dominazione: perocchè i costumi campani e il carattere differenziassero di troppo, nè le lotte fra essi dovessero tardare a scoppiare.
I libri settimo, ottavo e nono delle istorie di Tito Livio ci apprendono le ulteriori vicissitudini della Campania, le cui sorti è a credersi fossero pure comuni a Pompei, come identiche e comuni ne fossero le politiche condizioni.
È per questo che a sopperire al difetto di peculiari notizie di questa città che impresi col lettore a studiare, mi sia d’uopo colmare le lacune, riassumendo da quelle dotte ed accurate pagine le più saglienti che vi hanno maggiore attinenza.
Sappiam per esse come i Sanniti assaltassero ingiustamente i Sidicini e come questi, inferiori di forze, ricorressero ai Campani. Se non che, narra lo storico padovano, come, avendo i Campani apportato piuttosto un nome che una giunta di forza a soccorso degli alleati, snervati dal lusso e da una tal quale rilassatezza, propria del resto delle condizioni del clima, fossero battuti nel paese dei Sidicini da gente indurata nel mestiere dell’armi, e che però rivolgessero sopra di sè tutta la mole della guerra. Perciocchè i Sanniti, messi da parte i Sidicini ed assaliti i Campani, ch’erano antemurale de’ confinanti, fra Capua e Tifata, diedero loro una terribile rotta, nella quale venne tagliato a pezzi il nerbo della loro gioventù.
A salvarsi allora da più fiere vendette, s’affrettarono i Campani a ricorrere a Roma, e poichè invano ne ebbero sollecitata l’alleanza, essendo già con vincoli d’amicizia legata essa ai Sanniti, non trovarono spediente migliore di quello di una piena dedizione e fu accolta.
Furono da Roma spacciati allora ai Sanniti i Feciali[32] per richiederli delle cose tolte ai Campani, e poichè venne opposto il rifiuto, si intimò loro solennemente la guerra, due eserciti mettendo in campo, l’uno nella Campania, capitanato da Valerio, e l’altro nel Sannio, da Aulo Cornelio comandato. Furon dubbie dapprima le sorti della guerra; perocchè mai non si fosse combattuto per entrambe le parti con maggior valore ed accanimento; ma da ultimo la vittoria si dichiarò per l’armi romane con somma lode dei due suddetti consoli e di Publio Decio tribuno.
Implorarono allora pace i Sanniti da’ Romani e l’ebbero colla invocata facoltà di muover l’armi contro a’ Sidicini, che neppure dal popolo romano eransi mai tenuti per amici. I Sidicini, vedutisi seriamente minacciati, seguitando l’esempio de’ Campani, avrebbero voluto alla lor volta concedersi a’ Romani; ma stavolta essi ne vennero dispettati, perchè solo sospinti dalla necessità a tanto stremo. Così stando le cose, non trovarono altro spediente che volgersi ad altra parte ed offerirsi a’ Latini, che li accettarono prontamente, e i Campani che meglio della fede a’ loro nuovi Signori, anteponevano la vendetta dell’insulto patito da’ Sanniti, entrarono pure nella lega. Reclamarono di ciò i Sanniti a Roma, come di violata fede, ma n’ebbero ambigua risposta, perocchè in tal modo si cercasse di non confessare apertamente la poca autorità sui Latini; onde e questi e quelli della Campania, immemori del ricevuto beneficio, così montarono in orgoglio — già superbi per natura, sì che l’alterigia campana fosse passata in proverbio, — e tanta accolsero ferocia, da macchinare ai danni de’ Romani stessi, sotto colore di apparecchiarsi alla guerra contro i Sanniti.
Benchè tutto ciò si celasse con industria e si volesse, prima che i Romani si movessero, battere i Sanniti, pur della trama se n’ebbe sentore in Roma che tosto avvisò a prepararsi alla lotta. Dissimulando tuttavia la cognizione di tanta ribellione, chiamarono i Quiriti a sè dieci de’ maggiorenti latini, per impor loro ciò che fosse per piacer meglio al Senato. Fra i trascelti vi fu un Lucio Annio Setine pretore, cui furono largheggiate da’ Latini le più ampie facoltà. Costui, mal ponderando con chi si avesse a fare, ebbe tanta albagia che, tenuta altiera ed insolente concione avanti i Padri Coscritti, osò farsi a proporre condizioni di pace eguali pei due popoli, pei Romani cioè, e pei Latini; poichè, affermava egli, fosse piaciuto agli dei immortali che eguali pur anche ne fossero le forze. Tito Manlio Torquato, console, d’impeto non minore, udita cotale spavalderia, rispose adeguatamente, e poichè Annio nell’uscir dal Senato, inciampando fosse caduto e giacesse tramortito, Manlio veggendolo, narra Tito Livio, che sclamasse: Ben gli sta, e voltosi poscia agli astanti, proseguisse: Io vi darò, o Quiriti, le legioni dei Latini a terra, come a terra vedete questo legato. — La voce del romano Console talmente accese gli animi di tutti, che nel partirsi i legati, più gli scampò dall’ira della plebe la cura de’ magistrati, che per ordine del Console gli accompagnavano, che non il diritto delle genti.