Furono levati allora in Roma due eserciti per tale guerra, i quali, attraversando Marsi e Peligni, s’ingrossarono di quello dei Sanniti e presso Capua, dove già i Latini e i loro confederati erano convenuti, posero gli accampamenti. Fu raccomandata la più severa disciplina militare, reclamata ora più dal trovarsi a fronte gente di lingua, costumi ed ordini di guerra non dissimili; e Tito Manlio così la volle osservata che al figliuolo, che mosso dall’ardor giovanile aveva disobbedito spingendosi ai posti nemici, e quivi era stato provocato da Gemino Mezio che comandava la cavalleria toscana, e s’era seco lui azzuffato e trapassato avealo di sua lancia e morto, comechè vincitore, diè condanna di morte, e questa volle immediatamente dal littore eseguita.

Fu terribile il cozzo dei due eserciti avversi, ma la battaglia, come già sa il lettore per quanto fu detto nel capitolo precedente, combattuta alle falde del Vesuvio, fu vinta dalle armi romane; comunque non fossero durante la pugna stati punto giovati dai Sanniti, solo entrati questi nella lizza quando le sorti non erano state più dubbie. Preso il campo latino, assai de’ Campani in esso vi vennero fatti prigionieri.

Latini e Campani s’arresero a discrezione: al Lazio ed a Capua venne tolto in castigo parte del loro territorio e l’autonomia, e divise le terre; solo esente dalla pena andò la cavalleria dei Laurenti e dei Campani perchè non ribellati; accordata a costoro inoltre la romana cittadinanza, ed altri beneficj e privilegi concessi.

Questa grande battaglia seguiva negli anni 416 di Roma e 336 avanti Cristo. Di queste genti vinte Roma si valse pochi anni dopo per venire a nuove guerre contro i Sanniti, i Lucani, i Vestini, gli Equi, i Marsi, i Peligni, che pur le avevano dato un dì giovamento a conquistar la pianura. Lunga e ostinata è la guerra, alternate le sorti, finchè Papirio Cursore sbaraglia i Sanniti. Volendo questi venire a patti e ricusati, e astretti pertanto a pugna disperata, ricorsero a sottili accorgimenti e tratte infatti le legioni romane entro una valle detta del Caudio, vi trovan interdetta l’uscita e il ritorno. Celebre è la vergogna patita da’ Romani sotto il nome delle Forche Caudine[33], e per la quale Ponzio, capitano dei Sanniti, spregiando l’avviso del proprio vecchio padre Erennio, che avverso ai temperamenti mediani, le truppe romane avrebbe voluto o rimandate senza infamia per ottenere poi l’amicizia di Roma, o tutte trucidate ad impedirne per tanto tempo i guerreschi conati, ottenute violentemente invece larghe condizioni di pace, volle passassero sotto il giogo, primi obbligandovi i consoli Postumio e Veturio, che vi si sobbarcarono quasi ignudi; sottoponendo poi gli altri, come ciascuno era più vicino di grado; indi per ultimo una ad una le legioni fra gli scherni e gli insulti nemici.

Il Senato e il Popolo Romano, all’udir tanta abjezione, non vollero ratificare l’ontosa pace, ed anzi pieni di sdegno e furore trassero dal sofferto scorno divisamenti di allegra vendetta, e ripigliarono incontanente la guerra. In essa, risultati vittoriosi i Romani, sotto il comando di Papirio Cursore, furono così ingenerosi nella vittoria, che caduto Ponzio nelle loro mani, sottopostolo alla sua volta al giogo in Luceria[34], e tradottolo a Roma, lui che per seguir clemenza li aveva poco innanzi della vita risparmiati a Caudio, trucidarono vilmente, tardi ed indarno pentito di non aver ascoltato i consigli della saviezza paterna.

Non fu lunga tra’ Romani e Sanniti l’alleanza: presto vennero nuovamente alle armi; e quando la lotta sì spostò dal Sannio per muovere contro gli Ausonj, che poi vennero interamente distrutti, varie cospirazioni si ordirono contro Roma nelle città Campane, fra le quali era, come sappiamo, Pompei. Fu allora che a reprimerle ed a punirle si intrapresero in Roma inquisizioni contro taluni dei principali cittadini di esse; ed anzi quando Luceria cadde in potere de’ Sanniti e il presidio romano che vi era venne fatto per tradimento prigione, presi in maggiore sospetto i Campani, le inquisizioni si estesero più severe a loro carico, venendo eletto Cajo Menio a dittatore per eseguirle.

Siffatte cose e rigori non eran proprj tuttavia a diradicare la ribellione campana: da essa poi i Sanniti traevan partito a rinfocolar gli odj a nuove imprese contro i Romani, ai quali agognarono ritorre Capua. Ma Petelio e Sulpizio consoli li batterono completamente a Malevento; onde poi dai Romani si chiamò la città Benevento, e fama suonò che de’ Sanniti, presi o morti, vi rimanessero in quella fazione all’incirca trentamila.

Eran gli anni 441 di Roma e 331 avanti Cristo, quando riportavasi dall’aquile romane sì luminosa vittoria, la quale poi, consoli essendo Lucio Papirio Cursore per la quinta volta e Cajo Giunto Bubulco per la seconda e Cajo Petelio dittatore, venne susseguita dalla presa di Nola.

Tre anni dopo, essendo a que’ consoli succeduti Quinto Fabio e Cajo Marcio Rutilo, mentre il primo trovavasi impegnato in guerra co’ Toscani ed il secondo coi Sanniti, a’ quali toglieva per forza Alifa, Publio Cornelio a capo della flotta romana nel mar tirreno, pensando non rimanersene alla sua volta colle mani in mano nell’ufficio che aveva di vigilare la spiaggia marittima, si spinse fin entro il golfo che si comprende fra Sorrento e Miseno, e si accostando alle sponde del lido campano, lasciò che le navi entrassero nel porto di Pompei e vi sbarcassero affamati di rapina i suoi classiarii, come si appellavano allora i soldati della marina.

Descrivere la licenza è più presto fatto che immaginarla: era già essa nelle ordinarie abitudini militari e il soldato vi faceva più che nel resto speciale assegnamento. Posero a saccomanno singolarmente il territorio Nocerino, portando il guasto anche per ogni casale che transitavano, speranzosi che obbligando i contadini a fuggire dinanzi a loro, si avessero assicurata meglio di poi la via del ritorno alle navi.