[47]. In Toscana l’aveva alle falde degli Appennini e dalla regione in cui era situata si dicea Tusci; in Romagna l’aveva sul litorale del Mediterraneo fra le due città di Laurento e di Ostia, e per esser più vicina a quella città chiamavala Laurentino e l’abitava nel verno; in Lombardia due ne possedeva lungo le ridenti sponde del Lario una nel paesello di Villa e si nomava Commedia, e l’Amoretti nel suo Viaggio ai tre laghi credette riconoscerla nel luogo ove v’ha la villeggiatura dei signori Caroe, pretendendosi persino di vederne tuttora i ruderi contro l’onde del lago; l’altra, detta Tragedia, in altra località che forse fu presso Bellagio. Lo che valga a rettifica dell’opinione volgare che crede la Commedia fosse dove ora è la Pliniana, così detta unicamente perchè vi si trovi la fonte da lui descritta nell’ultima Epistola del libro IV e dell’opinioni di taluni scrittori che la assegnano in altra parte del lago. Alla Pliniana, venne fabbricato da Giovanni Anguissola, altro degli uccisori di Pier Luigi Farnese, nè prima di lui vi si riscontrarono ruderi che accusassero antecedenti edificazioni. Della prima, in Toscana, fa una magnifica descrizione nella lettera 6 del lib. V; della seconda in Romagna, nella lettera 17 del lib. II.

[48]. Plures iisdem in locis villas possidebcat, adamatisque novis, priora negligebat. Lett. 7 a Caccinio, lib. III. Silio Italico morì anzi in una sua villa sul tenere di Napoli.

[49]. Da una fiera e passionata invettiva contro Cicerone, che Quintiliano attribuisce senz’altro a Sallustio di lui nemico (Instit. lib. IV), tolgo il seguente brano che ricorda appunto le villa sua in Pompei: «Vantarti della congiura soffocata? Meglio dovresti arrossire che, te console, sia stata messa la republica sottosopra. Tu in casa con Terenzia tua deliberavi ogni cosa e chi dannare nel capo e chi multar con denaro, a seconda del capriccio. Un cittadino ti fabbricava la casa, un altro la villa di Tusculo, un altro quella di Pompei, e costoro ti parevano buoni; chi pel contrario non ti avesse giovato, era quegli un malvagio che ti tramava insidie nel Senato, che t’assaliva in casa, che minacciava incendiar la città. E vaglia il vero, qual fortuna avevi e quale or possiedi? quanto arricchisti col procacciarti cause? Come ti procurasti le splendide ville? col sangue e colle viscere de’ cittadini; supplichevole coi nemici, altero cogli amici, riprovevole in ogni fatto. Ed hai cuore di dire o fortunata Roma nata te console? Infelicissima che patì pessima persecuzione, quando nelle mani avesti giudizi e leggi. E nondimeno non ti stanchi di rintronarci le orecchie cedan l’armi alla toga, alla favella i lauri, tu che della Republica pensi altra cosa in piedi ed altra seduto, banderuola non fedele a vento alcuno.» Ognuno comprenderà quanta ira partigiana ispirasse questa invereconda tirata. Fra’ luoghi in cui Cicerone parla del suo Casino, ve ne ha uno nell’epistola 3, lib. 7 al suo amico M. Mario, che villeggiava in Pompei.

[50]. Ovidio nei Fasti, I. 614, canta:

Sancta vocant augusta patres; augusta vocantur

Templa, sacerdotum rite dicata manu

Hujus et augurium dependet origine verbi,

Et quodcumque sua Jupiter auget ope.

[51]. Cap. XVII.

[52]. Tacito nel libro XV degli Annali c. XVII non fa che accennare sotto quest’anno un tanto disastro: «Un terremoto in Terra di Lavoro rovinò gran parte di Pompeja, terra grossa.»