CAPITOLO III. Storia.
PERIODO SECONDO
La legione Campana a Reggio — È vinta e giustiziata a Roma — Annibale e la Campania — Potenza di Roma — Guerra Sociale — Beneficj di essa — Lucio Silla assedia Stabia e la smantella — Battaglia di Silla e Cluenzio sotto Pompei — Minazio Magio — Cluenzio è sconfitto a Nola — Silla e Mario — Vendette Sillane — Pompei eretto in municipio — Silla manda una colonia a Pompei — Che e quante fossero le colonie Romane — Pompei si noma Colonia Veneris Cornelia — Resistenza di Pompei ai Coloni — Seconda guerra servile — Morte di Spartaco — Congiura di Catilina — P. Silla patrono di Pompei accusato a Roma — Difeso da Cicerone e assolto — Ninnio Mulo — I patroni di Pompei — Le ville a’ tempi di Roma — La villa di Cicerone a Pompei — Augusto vi aggiunge il Pagus Augustus Felix — Druso muore in Pompei — Contesa di Pompejani e Nocerini — Nerone e Agrippina — Tremuoto nel 65 che distrugge parte di Pompei.
L’autonomia della Campania non era, dopo questo tempo, che di nome. Se più le sue città non subivano la Sannitica prepotenza, doma oramai dalla forza preponderante dei Romani, all’autorità di questi dovevano sempre nondimeno deferire. Era un’alleanza onerosissima certo, e molto più che sembrasse non poter Roma sussistere che guerreggiando, sitibonda e non saziata giammai di conquista e di saccheggio, e fosse però necessità ne’ territorj confederati di concorrere a rafforzarne gli eserciti.
Sbarazzatasi la via in quasi tutto il continente meridionale, le vittrici aquile spiegavano il volo verso la Magna Grecia, ove la republica di Taranto primeggiava d’industria e di marina, e verso la Sicilia. Noi non ne seguiremo il corso, che non fa al mio còmpito, e più che di Pompei e delle città sorelle m’avverrebbe di ritessere la romana istoria, facile del resto, per tanto che ne fu scritto, a consultarsi; noterò tuttavia che moltissimi delle città campane, insofferenti della pressura quiritica, preferissero esulare dalla patria contrada e bramosi di nuova stanza e di quel dominio che avevano perduto, capitanati da un Decio Giubellio, occupassero Messina, invadessero Reggio, e si piantassero formidabili prima agli abitanti di quelle terre, poscia a’ Romani che ambivano recarle alla loro dominazione, e finalmente a’ Cartaginesi che tentavano assalirne le coste, essi medesimi fatti assalitori.
La legione campana, ingagliardita dai successi contro questi ultimi e contro Pirro venuto dall’Epiro per cupidigia di nuovo impero, che avevano costretto a levar da Reggio l’assedio, spinto avevano così l’audacia da sorprendere Cortona e scannarvi il presidio romano, diroccandovi la città. Ma quando i Romani presero possesso di Taranto, che aveva in Italia chiamato Pirro a’ loro danni, puniti che n’ebbero severamente i cittadini, non s’ebbero altro più a cuore, quanto far sì che castigata pur fosse la perfidia della detta legione. Fu commessa pertanto, nell’anno 482 di Roma (270 a. C.), la punizione a Lucio Genucio, ch’era console con Cajo Quinzio; ond’egli costrettala entro le mura di Reggio, vi pose intorno l’assedio, e comunque ajutati dai Mamertini, egli alla sua volta soccorso da Jerone, che teneva il principato di Siracusa, ebbe alla fine a discrezione la città. Fatti allora giustiziare disertori e ladroni, che colà s’erano rifugiati, i legionarj trasse a Roma, onde il Senato deliberasse di loro sorte. E il Senato, contro l’avviso di Marco Fulvio Flacco, tribuno della plebe, li dannò all’estremo supplizio: solo a scemare l’odioso terrore di fatto così acerbo e la mestizia della plebe dove fosse stato messo a morte in uno stesso tempo tanto numero di gente, se ne trassero di prigione cinquanta al giorno, che battuti prima colle verghe caddero poscia sotto la scure.
«Seguendo parecchi autori, — scrive il Freinsemio nel quinto libro de’ supplementi liviani, al quale ho spiccato un tal fatto, — ho messo che tutta la legione, cioè quattromila uomini, siano stati colpiti colla scure in sulle piazze di Roma; stimo però più vero ciò che Polibio riferisce, non esser caduti vivi nelle mani che trecento legionarj; il rimanente aver preferito, combattendo disperatamente nella presa della città, d’esser tagliati a pezzi, nessun di loro ignorando, che dopo sì enormi delitti, non altro potessero, arrendendosi, aspettarsi che maggiori crucci ed una morte a più grave ignominia congiunta.»
Non ricordan le storie che i Campani per lo innanzi avessero pugne per conto proprio, e pur tacesi quindi di Pompei che anche nella sunnarrata vicenda poco specialmente abbiam trovato nominata: silenzio codesto ben avventuroso, poichè ogni città che allora si meritasse dagli storici menzione, non l’ottenesse che da’ disastri ne’ quali fosse ravvolta. Solo si sa come dugento quindici anni prima di Cristo, Annibale, il formidabile condottiero dell’armata cartaginese, nella seconda Guerra Punica, che Livio chiama bellum maxime memorabile omnium, e che fu difatto sanguinosissima ed ostinata, si presentasse a’ confini della Campania e di qui tenesse in grande sgomento la superba Roma. Il feroce Cartaginese desolò quelle città della Terra di Lavoro che si tennero in fede de’ Romani, ma non consta che nel novero di esse fosse Pompei; onde possa cavarsene argomento ch’essa pure, non altrimenti che Capua, spalleggiasse l’invasore straniero. Cessato da ultimo ogni rumore di questa guerra colla vittoria di Roma, e ritornata pure la Campania nella sua soggezione, le braccia de’ suoi abitanti vennero quindinnanzi disposte dai Romani, nel cui dominio eran venuti, e dai quali del resto vedeansi in ricambio accordato protezione contro assalti nemici, provvedimenti di strade, canali e ponti ed utili parentadi.
Roma tra breve, cioè nell’anno 624 di sua fondazione e 130 avanti Cristo, possedeva così quasi tutta l’Italia, oltre la Spagna e la Grecia, e de’ quattro questori provinciali, fra cui venne dal Senato divisa, quello residente a Cales comprendeva la giurisdizione sulla Campania in un col Sannio, la Lucania ed i Bruzi: tal che Scipione Emiliano, censore, quando al chiudersi del lustro, sacrificando, doveva, secondo il costume, supplicare agli Dei l’ampliamento dell’impero, narra Valerio Massimo, che a quella formula sostituisse di suo capo queste parole: Grande e potente è abbastanza: supplico i Numi di conservarlo eternamente.
Quanta ragione questo savio avesse in ciò chiedere ai Numi, la chiarirono le cruentissime guerre intestine che successero di poi e i danni che a Roma n’ebbero a conseguitare. Celebre è quella che ebbe il nome di Guerra Sociale, e nella quale i Romani s’ebbero a fronte Picentini e Marsi, Marrucini e Ferentani, Peligni e Campani, Irpini, Apuli e Lucani e, più che tutti, gli irreconciliabili Sanniti, non fiaccati da venti sconfitte e bramosi di vendicare il lungo servaggio. Cajo Mario in questa lotta fraterna, altro de’ capitani che tanta gloria in Africa e più ancora contro i Cimbri aveva conseguita, venne accusato di lentezza, e non era per avventura che il cruccio di un egregio di combattere contro Italiani, i quali avevano a scopo di ottenere colla forza quello ch’egli voleva concesso di grazia; onde alla fine si ritrasse spontaneo dal comando. Durò la guerra tre anni, e si sommarono a meglio di trecentomila i periti in essa. Roma, come sempre, la vinse; ma restò di beneficio almeno che venisse proclamata l’eguaglianza di tutti gli Italiani, nè più vi fosse ostacolo da’ federati ad essere cittadini, e venissero come tali ripartiti fra tutte le trentacinque tribù di cui costituivasi la romana cittadinanza. Questa legge, promossa da Mario e che gli procacciava il generale favore, indarno venne dal suo grande antagonista Lucio Cornelio Silla osteggiata.