Era stato questo Silla che in codesta Guerra Sociale combatteva per Roma contro i Campani e i Sanniti, risvegliatisi ancora agli odj antichi. Pompei fu pure tra le città ribellate, le quali a’ primordj della generale conflagrazione ebbero favorevoli le sorti dell’armi. Ma la discordia de’ capi e l’inesperienza le mutarono ben presto, e le resero ad essi contrarie. Silla cinse Stabia di assedio — Stabia di poco tratto discosta da Pompei ed oppido a que’ dì ragguardevole — la prese e smantellò per guisa, che anche ai tempi di Plinio il Vecchio, poco presso, cioè, alla sua totale rovina, più non offerisse che l’aspetto di un villaggio.

Dall’alto delle sue mura riguardava Pompei la desolazione della vicina città sorella e con qual cuore, pensi il lettore; perocchè ella pure dovesse allora aspettarsi non dissimile fato, conscia dell’indole efferata e crudele del suo vincitore. Disperando scongiurare il pericolo, s’apprestarono animosi alla difesa i Pompejani.

E Lucio Silla non attese infatti di molto a volgere ad essi il pensiero; perocchè toltosi a Stabia, venne a porsi sotto la loro città, che strinse egualmente d’assedio, e ne attendeva agli approcci, allorchè Cluenzio, generale de’ Sanniti, inavvertitamente giunto, s’accampa a quattrocento passi da’ romani alloggiamenti con poderose forze. Silla fa impeto contro di lui; è terribile il cozzo fra le avverse legioni, ma ne è Silla respinto. Riordina allora le truppe e ritorna all’assalto con maggiore accanimento e ne ottiene piena rivincita. Lo imita Cluenzio ingrossando di nuovi ajuti le proprie fila, ed una terza volta vengono alle mani i due eserciti, rompendo Silla le ostilità: ma questa volta la sorte decide a pro’ dell’armi romane e Cluenzio stesso, nella generale sconfitta del suo campo, rimane estinto presso Nola, dove la foga della pugna aveva ambo gli eserciti sospinti.

Vellejo Patercolo ci fa sapere a questo punto come Minazio Magio di Ascoli, avolo suo, nipote di Decio Magio, ch’egli punto non esita a chiamare il primo de’ Campani e celeberrimo e fedelissimo, segnalasse fortemente la sua devozione a’ Romani, levando a sua spesa una legione tra gli Irpini e combattendo a fianco prima di Tito Didio, congiuntamente al quale ebbe a prender Ercolano, e quindi di Lucio Silla in questo assedio di Pompei, impadronendosi poscia di Cosa[37].

Non si trova nella storia del come i Pompejani allora si sottraessero alla vendetta di Silla; forse questi rinunziò ad essi nella ambizione del Consolato, la cui elezione si agitava nell’Urbe: da Nola, ove trovavasi coll’esercito, egli allora accorse a Roma, prima a brigarsi quell’onore e poscia a vendicare il torto che egli credeva a lui fatto nell’affidarsi a Mario il supremo comando nella guerra, che aveasi ad intraprendere contro Mitridate re del Ponto; onde ebbero a correre rivi di sangue cittadino. Superfluo il narrare di Mario, profugo per Italia e miserissimo, il suo ritorno nuovamente potente e la settima sua elezione al consolato, le sue crudeli vendette e la morte: non lo sarà forse il mentovare siccome il suo antagonista, veduto di qual modo gli Italiani tutti si mostrassero propensi a Mario, migrasse proscritto in Asia, dove conciliatesi le legioni, ne ottenne poscia il comando, e in tre anni menata a buon fine una pericolosissima guerra, non lasciando a quel barbaro re, com’ei disse, che la destra mano, colla quale aveva firmato il macello di centomila Romani, espilate quelle provincie con enormissime contribuzioni, ritornasse in Italia.

Approdato a Brindisi, scrive al Senato enumerando le proprie imprese e di rincontro i torti dalla patria ricevuti, e conchiude il messaggio annunziando come tra breve ei comparirebbe alle porte di Roma con un esercito vincitore a vendicare gli oltraggi, punire i tiranni ed i satelliti loro.

Nè valsero pacifiche ambascerie a scongiurare la nuova sciagura e neppure i centomila soldati oppostigli contro dai consoli Giunio Norbano e Cornelio Scipione; perocchè le prime egli spregiasse e l’esercito non reggessegli contro, in una parte sconfitto e nell’altra scomposto dalla diserzione. Non farò qui il tristissimo quadro delle vendette e proscrizioni sillane: la storia tenne conto di novemila persone uccise, fra cui novanta senatori, quindici consolari e duemila seicento cavalieri; lasciò onorata la memoria della condotta di que’ di Norba in Campania, i quali piuttosto che arrendersi, ben conoscendo l’animo spietato di Silla, per testimonio di Appiano, appiccarono il fuoco alle case, e da uomini di cuore preferirono uccidersi gli uni gli altri[38].

Le furie delle sue vendette caddero quindi in buona parte sulle città italiane, le quali nel conflitto fra lui e Cajo Mario avevano per quest’ultimo parteggiato, e se a Preneste erano morti dodicimila, se Norba, comechè ancora fumanti i ruderi, vennero da lui spenti affatto col sangue, se Populonia fu distrutta, se a Fiesole tolse ogni speranza di risorgere fondando sulle rive dell’Arno una nuova città, Fiorenza, se il Sannio seminò di ruine e di squallore, non poteva certamente andare immune dalle ultrici sue folgori Pompei.

Allorquando erasi posto fine alla Guerra Sociale, come ad altre città, così anche a Pompei ed Ercolano era stato accordato d’erigersi in municipii, di reggersi, cioè, colle proprie leggi e proprii comizii, conseguenza del diritto alla romana cittadinanza, comunque e leggi e comizii dovessero essere sul modello di Roma; onde Cicerone potesse affermare due patrie competere a’ municipii, l’una della natura, l’altra della città; l’una di luogo, l’altra di diritto[39].

Abbiam veduto come a Silla, capo del partito nobilesco, fossero spiaciute tutte queste concessioni, fatte ad iniziativa di Publio Sulpicio tribuno e ad istigazione di Cajo Mario, come non ignoravasi universalmente: facile è poi argomentare come più ancora spiacer dovessero accordate a Pompei, dove al tempo che teneva il comando militare, giusta quanto ho già detto, aveva trovato gagliarda resistenza, ed era a lui riuscito malagevole il superarla.