Non appena pertanto il Senato, sulla proposta di Valerio Flacco, ligia persona di Silla e da lui fatto eleggere ad interrè, acclamò, nello spavento de’ sanguinosi spettacoli a cui aveva assistito, Cornelio Silla medesimo dittatore, ciò che da ben cento venti anni non s’era più visto accadere, esso, in odio del morto suo antagonista, ritogliere a’ latini e a moltissime città italiche la romana cittadinanza, conferendo invece cittadinanza e libertà a diecimila schiavi, che assunsero il cognome suo di Cornelii, al nome proprio inoltre aggiungendo quello di Felice, quasi i torrenti di sangue versato lo avessero veramente reso tale, come poco dopo a’ due gemelli che gli nacquero da Metella, volle imposti i nomi di Fausto e di Fausta.
Fra le città da lui disgraziate fu Pompei. Tre coorti di veterani vi mandò come corpo di osservazione, impose un tributo d’uomini e di pecunia e quasi ne confuse ed estinse il nome, tramutando il municipio in colonia militare, questa volendo appellata Veneria, desunto da Venere Fisica, che era la divinità protettrice della città, ed anche Cornelia dalla illustre famiglia alla quale egli apparteneva.
Questo seguiva nell’anno ottantesimo avanti l’era volgare. Siffatto nuovo reggimento politico di Pompei reclama che delle condizioni di esso venga il lettore informato.
Vuolsi che Romolo inventasse il sistema delle colonie militari, quando vinte le città o genti finitime, parte di queste volesse seco condurre nell’Urbe e parte lasciasse pure in luogo, importandovi uomini proprii, i quali per darsi alla coltura de’ campi che lor venivan concessi, si dissero coloni. Le sedi, i campi e l’oppido stesso, se vi fosse ragione a costituire i diritti, le forme assumevano quasi di nuova repubblica, in guisa tuttavia che ogni cosa a Roma ed alla città madre avesse riferimento.
Varia si volle l’utilità che dalle colonie ritraesse Roma. Primieramente, dicevasi, venivano giovamento alla stessa città principe ed alla troppa e superflua moltitudine; quindi agli stessi nemici e sudditi, per quella civiltà che eravi necessariamente importata; da ultimo la istituzione serviva a tenere in soggezione i vinti e quelli che meglio ispiravano timore. Cresciuto l’impero, furono le colonie di sfogo a plebe povera e gravosa, di premio a’ soldati emeriti, o vecchi. Solevasi per lo più distinguere le colonie in altre di Romano, altre di Latino ed altre di Italico diritto; dette talune patrizie e tali altre equestri, a seconda costoro della maggiore dignità de’ cittadini e militi che le componevano.
Nondimeno anche gli scrittori più favorevoli a siffatto sistema riconobbero come tiranni e violenti cittadini avessero ad abusare di esso, mescolandovi l’ingiuria e l’inganno[40], e Cornelio Silla medesimo citarono appunto, come quegli che non solo, non altrimenti che s’era usato per lo addietro, i campi conquistati all’inimico ebbe a distribuire, ma a concedere nella stessa Italia sedi a que’ soldati che le avessero desiderate.
Or come fra questi scellerati abusi del sanguinario dittatore non deesi annoverare quello praticato in odio de’ Pompejani, se la costoro città, per la leggiadria di sua postura trovavasi in condizione d’essere da’ suoi veterani cupidamente appetita?
Appiano, scrittore già da noi citato, conta perfino ventitrè legioni costituite da Silla in colonie per un ammontare di centoventimila uomini; sì che nella sola Italia si potevano di poi annoverare ben cencinquanta colonie; senza tener conto delle sessanta dell’Africa, delle trenta di Spagna e delle altre molte disseminate nelle Gallie e nel resto dell’orbe romano; nè fosse per ciò esagerato il dire che nessuna regione vi avesse in cui colonia non esistesse e si trovasse per tal foggia il mondo costretto ne’ ceppi e sobbarcato alla dizione ed all’imperio di Roma.
I Pompeiani — non c’era modo a ricattarsi dinanzi a quel potente — accettarono la dura legge; ma non così che piegassero ad accordare diritti di cittadinanza ai soldati a piedi ed a cavallo, di che si componevano le tre coorti.
Sventuratamente al comando di essi aveva il dittatore preposto il proprio nipote Publio Silla, uomo rotto ad eccessi e ribalderie, il qual facevasi scudo d’impunità l’essere a Lucio Cornelio congiunto, e in luogo di reprimere la prepotenza e gli abusi dei coloni, li fomentava del proprio esempio.