Qui dovrei collocare, per seguire il corso cronologico degli avvenimenti, l’insurrezione degli schiavi che aprì la seconda Guerra Servile, capitanata dal gladiatore Spartaco già di nostra conoscenza; ma risparmio ritessere la storia de’ primi suoi combattimenti pugnati contro le romane legioni al Vesuvio, perchè nel primo Capitolo di questo libro già ne toccai. Altrove ho pur narrato di lui più lungamente[41]: qui basti dire che, battuti fra Pompei e il Vesuvio due pretori, si recò nella Gallia, poi forzato a rientrare, sconfisse i due consoli Lucio Gellio e Cornelio Lentulo, finchè, nella battaglia, presso il Silaro, Licinio Crasso lui sconfisse alla sua volta ed uccise, così imponendo veramente fine a quella guerra, che aveva fatto paventar Roma, alle cui porte erasi quasi il trace gladiatore condotto; quantunque Cneo Pompeo, distruggendo nella Lucania i cinquemila gladiatori superstiti, osasse scrivere al Senato: «Crasso ha sconfitto gli schiavi, io la ribellione estinta.»
Ma nuovo e grave pericolo sorse poco tempo dopo alla salute della Romana Republica nella congiura di Lucio Sergio Catilina, la quale doveva scoppiare il primo giorno dell’anno 691 di Roma, ma che quel giorno abortì; lo che per altro non tolse che l’autore principale di essa spudoratamente si presentasse ne’ comizi per chiedere il consolato. Respinto, lavorò indefesso alla congiura, nella quale seppe collo ingegno e colle arti trascinare più di venti personaggi senatorii ed equestri. Publio Silla, il tiranno de’ Pompejani, ed Autronio Peto, che avevano agognato al consolato, ed anzi designati già consoli, accusati d’àmbito, n’erano stati condannati, tenevansi, per comune avviso, nelle trame consenzienti[42].
Trovavasi essere console Marco Tullio Cicerone, l’oratore, il quale a mezzo di Quinto Curio, — tramutato da congiurato in delatore, quando da Fulvia, donna di nascita egregia ma di non egregi costumi, fu alla sua volta denunziato, — venuto ordinatamente in chiaro di tutto ed avendo in mano le fila dell’intera cospirazione, la rivelava in Senato, investendo Catilina medesimo con quell’arringa che rimase celebre ed è popolare tuttavia. Non è del mio còmpito rifar la storia di quel gravissimo avvenimento, con sì eleganti ma non sempre veridiche pagine dettata da Sallustio; basti si sappia che la battaglia, impegnata con un coraggio che fu detto degno di miglior causa da Catilina contro i soldati del console Antonio, fosse da lui perduta ed ei medesimamente restasse sul campo, insieme a diecimila congiurati, trucidato.
Nè a quella congiura soltanto il capo de’ coloni pompejani, Publio Silla, aveva preso parte, ma prima ben anco ad altra, essendo consoli in quel tempo Lucio Tullio e Marco Lepido, e della quale aveva dovuto rispondere avanti il Senato, contro l’accusa datagli da Lucio Torquato. Difeso dall’oratore Ortensio, n’era stato purgato. Tratto in giudizio una seconda volta, sulla accusa ancora dello stesso Lucio Torquato, d’avere, cioè, avuto parte nella cospirazione catilinaria, ei venne pure imputato d’aver cercato di indurre in essa anche i Pompejani, e d’avere tra questi e i coloni suscitate discordie, alimentati rancori.
Infatti i coloni da lui capitanati, una volta stabiliti in Pompei, non contenti delle migliori terre, pretesero anche il diritto appellato Ambulationis e l’altro detto Suffragii, cioè di poter passeggiare nello stadio, nell’anfiteatro, nel ginnasio, nel portico ed in altri luoghi publici e di poter convenire nelle assemblee per dar voto nelle elezioni. Per questi due diritti, che i Pompeiani negavano d’accordare, seguì un fiero dissidio tra coloni e cittadini, che fu scambiato per una publica rivolta avente attinenza per avventura, come si pretese, coi moti catilinarj. Cajo Crispo Sallustio nella sua storia punto non esitò a collocarlo col fratello Sergio nel novero de’ congiurati. Deferita la causa al Senato, venne Publio Silla revocato, e poichè si vide da gravissimo pericolo minacciato, in ragione altresì de’ suoi cattivi precedenti, la propria difesa affidò all’eloquenza di Marco Tullio Cicerone.
Parve strano e non vero che quegli il quale era stato lo scopritore ed il punitore della congiura di Catilina, avesse poi a perorare per altro de’ più tristi, che se ne dicea, nel generale sentimento, partecipe; anzi Lucio Torquato accusatore, quantunque amico a Cicerone, avendogliene mosso publicamente biasimo, egli a scagionarsene impiegò buona parte della sua orazione, adducendo per lo appunto che il fatto di essere egli stato acerrimo persecutore di quella cospirazione, difendendo fra gli accusati il solo Publio Silla, dovesse a tutti esser prova ch’ei lo tenesse per innocente, di lui nulla avendo, durante il proprio consolato, scoperto che gli concedesse diritto a ritenerlo colpevole.
Trovai scrittori i quali pensarono che Cicerone assunta avesse la difesa di Publio Silla onde ingraziarsene lo zio dittatore e per timore di lui; ma essi accontentandosi dell’intitolazione dell’arringa, non la badarono troppo pel sottile, nè la lessero tampoco; perocchè dalla medesima sia chiaramente manifesto come Lucio Cornelio Silla fosse già morto all’epoca ch’essa fu recitata, se vi si tratta come l’accusatore Torquato avesse altresì opposto: che P. Silla comperasse i gladiatori sotto pretesto di fare l’appresto degli spettacoli, i quali Fausto figliuolo del dittatore Lucio Cornelio Silla, dovea dare in ordine al testamento del padre per solennizzarne i funerali; ma che veramente venissero comperati per dar mano alla congiura[43]. Vuolsi dunque ritenere che tutt’altre ragioni lo inducessero ad assumere un tale officio.
Ecco il brano dell’arringa che riguarda in ispecialità i Pompejani e che alla meglio reco nel nostro idioma[44].
«Già quello poi che si mette innanzi, essere stati i Pompejani eccitati a questa congiura e ad entrare in questa nefanda impresa, di qual modo possa stare, non io valgo a comprendere. E che? sembra a te, o Torquato, abbiano i Pompejani veramente congiurato? Chi mai ebbe a dir questo? o qual minima sospicione fu mai di siffatta cosa? Li disgiunse, egli dice, da’ coloni, acciò con questo dissidio, suscitata la dissensione, potesse recare la città alle sue mani e i Pompejani infrenare. Ma innanzi tratto, ogni differenza de’ Pompejani e de’ Coloni è deferita a’ patroni[45], poichè sia da molti anni agitata e pendente; poscia è per guisa la cosa cognita a’ patroni che in nulla sia Silla dissenziente dalle opinioni degli altri; e da ultimo i coloni stessi vanno convinti non essere stati i Pompejani più che essi medesimi da Silla molestati. La qual cosa, o giudici, potete argomentare da questa frequenza di coloni, tutti onestissimi uomini, i quali sono qui presenti in penosa aspettazione, perchè se questo patrono, vindice e custode di loro colonia, non poterono essi avere in ogni circostanza e ad ogni aggravio incolume, in questo frangente almeno, nel quale addolorato giace, desiderano sia per voi reso sicuro e conservato.
«Con eguale ansia assistono qui del pari i Pompejani, che da quelli pur si chiamano in colpa, e che per tal guisa dissentirono da’ brogli e da’ suffragi co’ coloni, da convenire in tutto con lui circa il bene comune. Ma neppure mi sembra doversi passare sotto silenzio il merito, che da lui questa colonia essendo stata dedotta, ed avendo l’autorità della republica distratto da’ possessi de’ Pompeiani quanto dar si doveva a’ coloni; nondimeno ad entrambe le parti è così caro e giocondo, che non appaja aver gli uni molestato, ma e questi e quelli costituiti.»