Tiberio Claudio, fratello di Germanico e zio di Caligola, prima che i Pretoriani lo acclamassero, alla morte di quest’ultimo, imperatore e il confermassero i soldati, il popolo, i gladiatori e i marinaj, malgrado la sua imbecillità, — onde era stato il trastullo del nipote e la madre stessa solesse dire: bestia come il mio Claudio, — ebbe a soggiornare alcun tempo a Pompei, dove gli moriva il figliuolo Druso, avuto da quella rinomatissima impudica che fu Messalina Valeria sua moglie, affogato da un frutto che aveva inghiottito.
Succedutogli nell’impero Nerone, accadde nell’anno 59 dell’era volgare un fatto nella città di Pompei, che fra i poco numerosi eventi di questa città che ne meritarono il ricordo, prima che ne seguisse la catastrofe, vuole essere memorato, come pur ne tenne conto Cajo Cornelio Tacito nel quattordicesimo libro degli Annali con queste parole che riferisco dalla traduzione del Davanzati:
«In questo tempo, di piccola contesa tra i Nocerini e i Pompejani uscì molto sangue nella festa degli accoltellanti che faceva Livinejo Regolo, raso, come dissi, dal Senato. Imperocchè dalle insolenze castellane vennero alle villanie, a’ sassi, all’armi; e vinse la plebe pompejana, che aveva la festa in casa. Molti Nocerini furon portati in Roma feriti o storpiati o morti, e pianti da’ lor padri e figliuoli. Il principe rimise la causa al Senato; esso a’ consoli: e ritornò a’ padri, i quali vietarono a’ Pompejani tal festa per dieci anni; disfecero lor compagnie fatte fuor di legge e sbandirono Livinejo e gli altri primi rissanti»[51]. Il qual fatto è pur menzionato da una caricatura politica, accompagnata da un’ironica iscrizione, state rinvenute negli scavi sulle mura esterne della via di Mercurio, iscrizione che suona così:
Campani, victoria una cum Nucerinis periistis;
cioè: Campani, una vittoria sui Nocerini vi ha distrutti.
È in questo tempo che l’imperatore mandò in Pompei come suo flamine perpetuo Valente, figlio di Decio Lucrezio Valente, di cui avverrà di citare più innanzi l’epigrafe, nella quale, a’ cinque delle calende d’aprile (28 marzo), avvisa una caccia nello anfiteatro.
È lo stesso severo storico che nel medesimo libro in cui racconta la colluttazione de’ Pompejani e Nocerini, narrando della morte data da Nerone alla madre Agrippina a Baja, mentre constata che quel mostro alfine conobbe la grande scelleratezza fatta ch’ei l’ebbe, e come nella notte che seguì il matricidio rimanesse affisato e mutolo, si rizzasse spaventato e sbalordito e «perchè i luoghi non si metton la maschera come gli uomini», non potesse veder quel mare e que’ siti. A vituperio delle città campane, lasciò poi ricordato ch’esse dell’orribile misfatto mostrassero con sagrifici e ambascerie allegrezza: vigliacca adulazione ripetuta in Roma, quando rassicurato che non gli si dava carico di quella morte, ritornatovi frammezzo alle ovazioni, ascese a render grazie agli dei in Campidoglio.
Ma più funesto e grave avvenimento toccò a Pompei nell’anno 63 sotto l’imperio dello stesso Nerone, consoli essendo Memmio Regolo e Virginio Rufo, ed è con la narrazione di esso che porrò fine a questo Capitolo, e che fu precursore dell’altro onde si chiuse l’esistenza e la storia della sfortunata città.
L’imperatore, stordito il mondo delle sue crudeltà ed uccisioni, incendiata Roma, persino accompagnandone il crepitante sfascio co’ suoni della cetra, s’era preso della libidine di rivaleggiare co’ migliori artisti da teatro e citaredi. Trovatasi egli ne’ primi di febbrajo di quell’anno in Neapoli ed attendeva in teatro a cantare, quando un terribile terremoto squassò quella vulcanica terra. Avvertito Cesare dell’evento, non volle abbandonare la scena se prima non ebbe compiuto il trillo di un suo canto favorito.
E la terra traballava sotto i suoi piedi!