Ora per menzionare di tutte le misure publiche che si scoprirono in Pompei, dirò che alla Porta alla Marina, presso al tempio di Venere, scorgesi il modulo di capacità per i solidi, e consiste in una pietra di tufo in forma di rettangolo con tre cavità coniche forate al disotto che si chiudevano con una placca di metallo e si riaprivano dopo che s’era verificata la quantità della granaglia.
A qualche distanza poi era un altro congenere monumento, più grande e più perfetto, che si vorrebbe anzi uno de’ più interessanti monumenti dell’antichità, trasportato al Museo già Borbonico, ora Nazionale, in Napoli. Conteneva esso non solamente le misure de’ solidi, ma ben anco quelle de’ liquidi, e ricercandole in quell’interessantissimo Stabilimento che non ha, cred’io, l’eguale in ricchezza e quantità d’antiche cose e preziosissime, vi leggerete ancora la seguente iscrizione, la quale vi farà sapere che Aulo Clodio Flacco figlio di Aulo e Narceo Arelliano Caledo, figlio di Narceo, duumviri di giustizia, vennero incaricati, per decreto de’ decurioni, di rettificare le publiche misure.
A . CLODIVS . A . E . FLACCVS . NARCEVS . N . F
ARELLIAN . CALEDVS
D . V . I . D . MENSVRAS . EXÆQUANDAS . EX
DEC . DECR .
Tale rettifica venne, non ha dubbio, eseguita, secondo la pratica romana, tanto a riguardo dei pesi, che dallo scripulum, pari agli odierni grammi 1,136 andava all’as, o libra, eguale a grammi 327,187; e dall’as e dupondium che costituivasi di due assi, fino al centussis, ossieno chilogrammi 32,718; che a riguardo delle misure lineari e di quelle di superficie e di capacità.
Le misure lineari dividevansi in uncia; palmus, pari a 3 oncie; pes, che era unità di misura, pari a 4 palmi corrispondente a metri 0,295; cubitus pari a un piede e mezzo; passus eguale a tre cubiti e un terzo; decempeda eguale a due passi; actus pari a dodici decempedi; miliarium pari ad actus 41 2⁄3, corrispondente a chilometri 1,475.
Così le misure di superficie suddividevansi in pedes quadrati, di cui cento formavano lo scripulum, pari a metri quadrati 8; in clima o 30 scripuli; in actus o clima 4; in jugera eguali a 2 actus e formava l’unità dei quadrati, e nella sua divisione ricorre la partizione dell’asse in oncie e loro frazioni. Lo jugero era un bislungo di 240 piedi sopra 120, cioè 20,800 piedi quadrati. Un jugero sarebbe pari agli odierni ari 24 e metri q. 68 e come sarebbesi in addietro in Lombardia detto d’un’estensione di terreno, che si costituiva di pertiche e tavole, ed oggi di ettari ed ari, allora si parlava di jugeri, onde Tibullo, ad indicare uom facoltoso, ha in principio d’una sua elegia:
Divitias alius fulvi sibi congerat auri
Et teneat culti jugera multa soli.[59]
Poi v’era heredium costituito di due jugeri, richiedendosi 5 heredia a formare un nostro ettaro, 48 ari e 8 metri q.; centuria di cento heredia e saltus di 4 centuria.
Le misure di capacità erano: ligula eguale a un decilitro nostro e 14 centilitri; cyathus di 4 ligulæ; acetabulum che era un cyathus e mezzo; quartarius, o due acetabula pari a odierni litri 1,375, hemina o due quartarii; sextarius che constava di 2 heminæ; congius di 6 sextarii, modius di 2 1⁄3 congii; urna di un modio e mezzo; amphora, che era l’unità di misura di capacità e valeva 2 urnæ, corrispondente a 80 libbre di vino, secondo il computo di Festo, il che monta a litri 26,3995, posto il peso specifico del vino 0,9915. Dieci amphoræ equivarrebbero a’ nostri ettolitri 2 e 44 decalitri. Finalmente il culeus pari a 20 amphoræ, sarebbe quanto 5 ettolitri e 28 decalitri de’ nostri.